Recensione
Mauro Scarpellini, Fattitaliani.net, 20/02/2013

Storia: “Il Paese reale” di Guido Crainz, il racconto di uno sfascio che arriva da lontano. La recensione di Fattitaliani

La storia patria degli ultimi 40 anni è stata una lunga e ininterrotta sequenza di passi falsi e di errori. Ecco perché oggi siamo giunti a questo sfascio. Spesso ci dimentichiamo che il presente ha le radici nel passato. E che la storia è fatta di uomini, ma anche di processi e di meccanismi che venendo da lontano vanno oltre i singoli individui, anzi li ricomprendono. I germi di quella che via via nel tempo si appaleserà come la crisi della politica e più in generale si trasformerà in una catastrofe civile iniziano a manifestare i primi segni durante il boom economico di fine anni 50 e inizio 60. Il tentativo riformatore del primo governo di Centro-Sinistra, preparato da riflessioni di grande ampiezza e qualità, si risolverà in un esito largamente inferiore alle necessità, incapace com’è di orientare un così tumultuoso processo. Si arriva così agli anni 70 che Guido Crainz nel suo ultimo libro, “Il Paese Reale, dall’assassinio di Aldo Moro all’Italia di Oggi” (Donzelli Editore, 364 pagine, 29 euro) fotografa con un’espressione felice, gli anni della “maturità che non sapemmo avere”. E proprio Crainz con il suo libro ricostruisce brillantemente quel filo nero che riannoda un quarantennio di storia, dove tutto si tiene. Gli anni 70 dove accanto a un diffuso protagonismo collettivo di un Italia certamente minoritaria, ma animata da voci critiche e socialmente responsabili, prolifera una classe politica irresponsabile fatta da partiti famelici di poltrone e potere, di spesa pubblica fuori controllo, di debito in crescita, di corruzione dilagante che soprattutto nella seconda parte del decennio, darà la stura a una serie impressionante di scandali sino alla scoperta della P2 di Gelli. I settanta sono stati una stagione mancata, dove “Giocammo e perdemmo la battaglia per diventare una democrazia a tutti gli effetti”, scrive Crainz. In mezzo a terrorismo e a violenza diffusa, spuntano grandi conquiste sociali e civili che ci riallineano ai paesi più avanzati: il divorzio, l’aborto, lo statuto dei lavoratori, l’avvio delle regioni, la riforma sanitaria, la legge Basaglia. Ma manca ancora una volta un disegno riformatore che funga da substrato. Forse perché la chanche del cambiamento capita nelle mani di un partito comunista incapace di orientare quelle ansie che spingevano per un rinnovamento radicale. Berlinguer fa l’errore di allearsi con la Dc e firma il compromesso storico che ci porta dritti nel consociativismo perché sancisce l’ingresso dei comunisti nella pratica spartitoria. E qui prende sostanza la partitocrazia, che non ci abbandonerà mai più, anche se è un vizio antico, come spiegava già allora Sergio Romano, un regalo del Fascismo. Col Duce tutto passava dal Pnf, con la democrazia la solfa è rimasta la stessa, sono solo aumentati gli sportelli.

Sfumata così il big change, l’Italia volta pagina e si trova suo malgrado di fronte a un grande mutamento epocale e antropologico che arriva da fuori. Entriamo tutto d’un fiato nella post modernità: sparisce dall’immaginario la classe operaia, appassiscono le fabbriche, si afferma la terza Italia delle piccole imprese e del commercio, un fiume carsico esce allo scoperto e travolge tutto. Cambiano i valori. La militanza politica va in soffitta, Carlo Marx viene sostituito dal pensiero debole. Irrompe una sfrenata corsa ai consumi, al lusso, al divertimento. Si esalta l’affermazione personale, arriva il topless, esplodono la moda, le discoteche, il corpo, il fitness, la droga, la donna oggetto. Fanno il loro ingresso le tv private, la pubblicità, Silvio Berlusconi. Dietro l’angolo però ci sono i problemi di sempre, ormai avviati a uno stato degenerativo: il malcostume, la corruzione, le mafie, un ceto politico ipertrofico e parassitario, le istituzioni inefficienti, il debito pubblico, la disoccupazione, le tasse esose, il clientelismo, le corporazioni, la mancanza di senso civico, il dispregio delle regole. Ormai questo corpus è diventato il nostro marchio di fabbrica, ma facciamo finta che non sia così. La partitocrazia occupa ogni spazio possibile negli anni 80, ma il nuovo Psi di Craxi è convinto di essere il volano di una modernizzazione senza precedenti. I metodi però sono quelli del passato. Il racconto di Guido Crainz procede impietoso nel ricostruire questo impasto di vecchio e nuovo ed è felice l’intuizione di appoggiarsi a centinaia di citazioni molte delle quali rubate ai giornali dell’epoca. Si rimane esterrefatti a leggere le analisi di allora di firme del giornalismo come Scalfari, Pirani, Galli della Loggia, Romano, Salvati. Descrivono l’Italia degli anni 80 e 90, ma è come se parlassero dell’Italia di oggi. Anzi, è’come se avessero scritto lo stesso articolo per decenni. Quando i magici anni 80 volgono al termine, l’Italia è cresciuta come Pil ed esportazioni perché ha agganciato la congiuntura internazionale, ma il prezzo che paghiamo è alto. Il paese è attraversato da una colossale evasione fiscale, la tangente è diventata la regola della politica, anche se Craxi se la prende con i giudici che hanno pizzicato i primi socialisti. Nel 85 c’è il condono edilizio, nell’86 la prima marcia contro il fisco, gli italiani si cullano nella politica-spettacolo, nella personalizzazione della leadership, ma intanto il Sud è diventato il simbolo del degrado e nell’87 la Lega Lombarda entra in parlamento. Il tramonto dell’ottimismo indotto dalla crisi dei primi 90 lascia il posto ad una società del rancore, a pulsioni antistatali alimentate dal nuovo populismo territoriale. Il fatto è, come dice il Censis, che gli italiani vogliono il massimo dell’individualismo con il massimo della protezione. Il paese è privo di regole e nel 92 i nodi vengono al pettine. Al trattato di Maastricht l’Italia ha i conti fuori controllo, viene assassinato Salvo Lima e poi i due giudici del pool antimafia Falcone e Borsellino e infine, scoppia Mani Pulite. Prende il via una colossale ripulsa della Prima Repubblica, gli italiani si sentono migliori della loro classe politica, ma è un illusione perchè la società civile ha pesanti responsabilità in questo sfascio. Non a caso i giudici del pool teorizzano il reato di concussione ambientale che unisce in uno stesso fascio corrotti e corruttori. Con gli anni 90 inoltre irrompe l’individualismo edonistico che mette in crisi il ruolo pedagogico della cultura. Ormai il terreno è fertile per l’ingresso in campo di Silvio Berlusconi che nel 94 infatti stravince le elezioni per l’incapacità della Sinistra di offrire un’alternativa credibile, nonostante un gigantesco conflitto di interessi e i suoi legami col sistema dei partiti.

La nostra recensione si ferma qui, agli albori della lunga stagione del berlusconismo, anche se il libro di Crainz continua implacabile a raccontare le nefandezze di quest’ultimo ventennio, sino ad arrivare al redde rationem del novembre 2011 con la caduta del centro-destra e l’avvio del governo tecnico di Monti. Il merito di un libro come “Il Paese reale” è doppio: ci ricorda quanto siano lunghe le radici della nostra contemporaneità e al contempo ci offre, anche se indirettamente, una convincente spiegazione del berlusconismo come “autobiografia della nazione”. In effetti sono stati i due decenni 70 e 80 con il cronico fallimento della classe politica e la progressiva deresponsabilizzazione della società civile, a preparare l’avvento di quella nuova forma di populismo fondata sul capo carismatico. In questo senso il ruolo della tv commerciale va sfumato, in quanto essa è stata più un effetto che non la causa prima del processo. Ma al di là del Cavaliere, al quale evidentemente non si può certo imputare di essere l’unico cattivo di questa storia (ad esempio, la Sinistra, cosa ha fatto in tutto questo tempo?), rimangono i fatti, ovvero un paese che oggi è ridotto a un cumulo di macerie. Come uscire da questo stato? Siamo ormai irrimediabilmente diventati un popolo cinico, bloccato da un’immobilità invincibile e condannato a un disperato qualunquismo? Per Guido Crainz c’è ancora un Italia che spera nel cambiamento. Ampi settori dell’elite economica, la borghesia intellettuale e una vasta area di cittadini attivi, premono per restituire trasparenza, efficacia, eticità e legalità alla politica. Ma non è ancora riconoscibile il progetto capace di metterli in moto e farli interagire. In ogni caso, conclude lo storico friulano, “Può essere utile un esame impietoso del percorso che ci ha portato fin qui”. Concordiamo.