Recensione
Luciano Santin, Il Messaggero veneto, 12/02/2013

"Questa Italia nata dall'assassnio di Moro è tutta da ricostruire"

UDINE. Il cambiamento della Seconda Repubblica è stato un’illusione che ha perpetuato una politica inadeguata ai tempi. L’Italia, così, è rimasta nel risucchio degli anni 80, transizione infinita per uscire dalla quale occorre una ricostruzione simile a quella del secondo dopoguerra.

Questo il succo de Il Paese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi, nuovo libro dello storico udinese Guido Crainz, edito da Donzelli a chiusura di una trilogia iniziatasi con Storia del miracolo italiano e proseguita con Il Paese mancato. In questa intervista, Crainz spiega le ragioni di una crisi che ha radici lunghe, e che – al di là delle ventate ottimistiche della propaganda elettorale – non offre prospettive incoraggianti.

– Un tricolore malmesso sulla copertina del Paese reale , mentre in quella del Paese mancato campeggiava Pasolini...

«Pasolini aveva previsto tutto, anche se le sue idee erano state largamente sottovalutate. Aveva capito il crescente degrado del Palazzo, e la profonda mutazione antropologica degli italiani. All’inizio degli anni 90 in molti presero un abbaglio, confidando nella “gente”, una incorrotta società civile, cui sarebbe bastato liberarsi dal vecchio sistema dei partiti per affermare una salvifica seconda repubblica».

– Invece siamo un popolo suddito e attento solo al “particolare”?

«No, affatto. Si tratta di una formula autoassolutoria, ma soprattutto non vera. Al di là del Risorgimento e della Resistenza, questo Paese ha conosciuto uno straordinario sviluppo del movimento sindacale. E già nell ’800-’900 quando impegnarsi voleva dire rischiare la perdita del lavoro o la galera. Un altro grandissimo momento di partecipazione c’è stato dopo l’ultima guerra, con una miriade di persone attive nei partiti di massa, anche con sacrifici personali. In Italia il tasso di politicizzazione è stato superiore a quello europeo. Ci abbiamo messo trent’anni, dalle prime elezioni politiche alle regionali dell’80, per scendere sotto il 90% dei votanti. E esattamente altri 32 per scendere sotto il 50%, dato registrato alle scorse regionali siciliane».

– Un disamore che ha portato a un nuovo qualunquismo?

«Il paragone non è calzante. Giannini, con il suo “Uomo Qualunque” aveva raccolto da un lato gli umori residui del fascismo, dall’altra l’ansia delle persone per bene che la democrazia non la conoscevano, e conseguentemente la temevano. L’“Uomo Qualunque” dura un paio d’anni, poi si esaurisce. Qui c’è una distanza critica verso i partiti che rischia di rendere il fenomeno molto meno effimero».

– Sicché non si sente particolarmente ottimista?

«Non lo sono per niente».

– Lei considera il funerale di Moro un momento chiave.

«È uno spartiacque, e in qualche modo rappresenta anche le esequie della Repubblica. Cerimonia surreale, se vogliamo, senza un corpo, senza i familiari, e a San Giovanni in Laterano, quindi all’estero. Non a caso quelle immagini Bellocchio le ha messe a chiusura di Buongiorno, notte. Anche ne Il Paese mancato avevo parlato di tre funerali, perché c’è anche quello di Berlinguer, e poi c’è la marcia del 40 mila, che seppellisce la breve stagione fordista dell’Italia. Ma l’evento simbolicamente più forte è rappresentato dal funerale di Moro».

– Inizio degli anni 80, un lunghissimo guado...

«All’indomani della vittoria di Pisapia a Milano i due giornalisti che forse apprezzo di più, Gramellini e Serra, hanno iniziato in maniera quasi identica le loro rubriche. “Ieri in Italia sono finiti gli anni 80, il decennio più lungo della storia del mondo”. Per fare il punto sull’oggi si deve partire di lì. Anche dalla nascita di un termine, il “rampantismo”, che guarda all’azione individuale senza regole, al successo e al denaro quali valori primi. Fenomeni del genere c’erano già negli anni 60, ma allora esistevano degli anticorpi, realtà collettive e solidarismi che ragionavano in termini di “noi”. Cose che negli anni 80 si affievoliscono».

– Si può parlare di un modello americano mal imitato?

«Per citare Pietro Scoppola, di un’imitazione al ribasso della american way of life. Il successo senza il rischio e l’assunzione di responsabilità. I rapporti Censis degli anni 80 parlano di “individualismo protetto”: aspirazione alla massima libertà dai vincoli dello Stato, e contemporaneamente alla massima assistenza».

– La colpa?

«Le responsabilità sono diverse, ma è un po’ come Assassinio sull’Orient Express, in cui Poirot non riesce a capire chi sia il colpevole, perché tutti hanno colpito. Direi, per tornare al “Paese mancato”, che siamo mancati un po’ tutti a questo Paese. Ma tra gli snodi fondamentali, quello dei partiti. Assolutamente incapaci di cambiare, raccogliendo le istanze di trasformazione poste dai sindacati e dal movimento studentesco. Moro lo sapeva: siamo troppo piccini rispetto alle grandi trasformazioni, ha lasciato scritto».

– Ma perché Berlusconi è durato vent’anni?

«Per un motivo purtroppo attuale: l’inadeguatezza della risposta. Con la grave responsabilità della sinistra, incapace di elaborare una proposta alternativa di buona politica. Nell’immaginario collettivo di una parte non piccola degli italiani ha finito per rappresentare il vecchio, contro il nuovo impersonato dalla Lega e da Berlusconi. E ha lasciato cadere esperienze e occasioni importanti, come il movimento dei sindaci. Colpisce che il primo governo Prodi, il migliore che l’Italia abbia avuto negli ultimi vent’anni, fino al suo scadere non abbia perduto consensi elettorali, pur avendo fatto pagare il pesante biglietto d’ingresso nell’Ue. Il crollo lo si è registrato con l’avvento di D’Alema, e il ritorno al partitismo e ai vecchi vizi della Prima Repubblica».

– Nutre scarso ottimismo. Quel po’ che le rimane, dove lo investirebbe?

«Nella presa di coscienza. Dobbiamo capire che per rimettere in piedi il Paese occorre una ricostruzione, come nel dopoguerra. Di energie morali ed economiche ce ne sono ancora; quello che manca è un progetto capace di dar loro prospettiva. Saint-Exupéry ha detto che, se si vuol costruire una nave, non si deve chiamare la gente a tagliare alberi e a piallare assi, occorre risvegliare la nostalgia del mare, lontano e sconfinato».