Recensione
Sergio Caroli, La Sicilia, 08/02/2013

Gramsci, il quaderno che non c'è

CAROLI i Franco Lo Piparo - già vincitore del premio Viareggio 2012 con «I due carceri di Gramsci», Donzelli, pubblica ora «L’enigma del quaderno». Lo studioso, ordinario di Filosofia del linguaggio all’Università di Palermo, indaga sulle traversie subite dai quaderni dopo la morte dell’autore (27 aprile 1937). Nella ricostruzione degli indizi e delle prove il rigore filologico, combinato a una prosa dal ritmo coinvolgente, porta l’autore a scoprire il numero di pagine di un quaderno che non c’è. Nel dibattito che il libro va suscitando Luciano Canfora si è rallegrato per «un lavoro che meritava di esser fatto da tempo: mettere in ordine e vagliare le fonti riguardanti la consistenza di quel importante corpus», mentre Bruno Ravagnolo, sulla base di poche anticipazioni, ha definito il saggio «una spy story senza corpo di reato e basata su indizi estremamente fragili». - Professor Lo Piparo, come definirebbe l’orientamento ideale del suo saggio? «E’ un libro pre-ideologico. Ho le mie idee sul comunismo di Gramsci. So che non sono da tutti condivise. Ma le questioni discusse nel libro sono indipendenti da questo problema. A chi Tania, la cognata di Gramsci, consegnò i quaderni? Come e quando i quaderni, usciti dalla clinica Quisisana, andarono in Urss? Ci andarono via corriere diplomatico partendo dall’ambasciata russa a Roma? Perché Nilde Iotti racconta che fu la Banca Commerciale di Mattioli a fare da tramite? Perché i quaderni impiegarono un anno e mezzo per arrivare a casa di Giulia, la moglie di Gramsci (dicembre 1938) e altri due anni e mezzo prima di giungere agli archivi del Komintern? ». Sono domande per rispondere alle quali l’opzione sul tipo di comunismo proposto da Gramsci è del tutto ininfluente. - Perché le testimonianze non concordano mai? I protagonisti lasciarono tracce di un “Quaderno” occultato? «Togliatti, il capo dei comunisti italiani in esilio, e Piero Sraffa, comunista coperto, stimato professore di economia a Cambridge, agente del Comintern, avevano buoni motivi per temere che i manoscritti contenessero riflessioni politicamente pericolose, dal punto di vista del comunismo sovietico. Bisognava metterli al riparo da occhi indiscreti. Bisognava leggerli per decidere cosa farne. Quelli erano gli anni delle grandi purghe, con relative fucilazioni, per comunisti che dissentono da Stalin». Ulteriori indizi? I quaderni furono numerati da Tania con un doppio numero (romano e arabo) prima che si allontanassero dall’Italia. Perché due quaderni hanno solo il numero romano e altri due non hanno né il numero romano né quello arabo? Perché una etichetta col numero romano attribuita a Tania dai curatori dell’edizione anastatica non è di Tania? Perché fino al 1975 i quaderni sono prima trenta poi trentadue, qualche volta trentaquattro, e diventano trentatre solo nel 1975 con l’edizione di Gerratana? Affrontare queste questioni con le opzioni ideologiche serve solo a ingarbugliare ulteriormente le carte. « …einige Teile … könnten der Partei nicht nutzen», («alcune parti, qualora fossero utilizzate nella forma attuale, potrebbero non giovare al partito») scrive Togliatti in una lettera a Dimitrov. - Perché Togliatti diffonde un’interpretazione falsa? «Ho provato a dare una risposta non banale proprio a partire da una ritraduzione della lettera inviata a Dimitrov il 25 aprile 1941. In questa storia un ruolo fondamentale svolge Sraffa. Personaggio sicuramente geniale. Ma anche agente della Terza Internazionale. Giunto a Roma il 30 giugno 1937, si impossessa di tre quaderni? Quali sono? Le etichette che Tania appone sulla copertina dei quaderni racchiudono – mia tesi – la storia dei manoscritti. Ho provato a portarla alla luce. L’ipotesi di un quaderno mancante non nasce da presupposti ideologici ma da considerazioni interne ai quaderni come quelle qui solo parzialmente indicate. Le questioni ideologiche ci sono (eccome!) ma riserviamocele a dopo. - Perché Sraffa avrebbe assunto la funzione di trafugatore? «All’economista non era estraneo il contenuto di un taccuino, presumibilmente annotato durante ricovero nella clinica Quisisana tra l’agosto 1935 e il 27 aprile 1937. A Sraffa amico suo dagli anni torinesi, Gramsci deve avere confidato qualcosa. In quello stesso periodo demoliva l’impostura delle auto-accuse, fondamento dei processi staliniani. Sraffa riferirà a Leonetti: “Diceva che la confessione è un principio giuridico del medioevo”. Sraffa si rende conto che quel quaderno scotta». - Bisogna dunque restituire Gramsci a se stesso? «Ne abbiamo bisogno. Per far questo non possiamo evitare di affrontare questioni scomode.