Recensione
Alessandro Zaccuri, Avvenire, 08/02/2013

Continua la caccia al quaderno perduto. Ma in questione c’è il pensiero di Gramsci

Forbici e colla, molto inchiostro e qualche segno a matita. Circola un’aria da cartoleria di una volta tra le pagine di L’enigma del quaderno (Donzelli, pagine 162, euro 18), in cui il linguista Franco Lo Piparo torna a occuparsi di uno degli aspetti più controversi nella ricezione del pensiero di Antonio Gramsci. Il quadro interpretativo è lo stesso già suggerito dall’autore in I due carceri di Gramsci, che lo scorso anno gli ha meritato il premio Viareggio per la saggistica. Imprigionato dal regime fascista (non senza, sostiene Lo Piparo, una sostanziale protezione di Mussolini in persona, che mette il fondatore del Pci nella condizione di proseguire in cella il suo lavoro intellettuale), Gramsci si trova nel contempo a fronteggiare il sospetto, se non addirittura l’ostilità, dei compagni di partito, primo fra tutti Palmiro Togliatti, preoccupato per le derive eterodosse di una riflessione ormai difforme dai dettami ideologici dell’Urss staliniana. Il destino dei celebri Quaderni è strettamente legato alle vicende interne del comunismo internazionale e vede coinvolto, quale indispensabile comprimario, l’economista Piero Sraffa. A lui, agente “coperto” del Komintern, sarebbero demandati i rapporti con la cognata di Gramsci, Tania Schucht, custode dei manoscritti dopo la morte del pensatore nel 1937. Da qui il mistero del «quaderno perduto»: Tania parla inizialmente di trenta fascicoli, ai quali vanno aggiunti i quattro contenenti prove di traduzione dal tedesco e dall’inglese. Si arriva così al totale di 34 quaderni, inizialmente accreditato da Togliatti. Nell’edizione curata nel dopoguerra da Valentino Gerratana, però, i Quaderni diventano 33 in tutto. Come mai questa discrepanza? La convinzione di Lo Piparo è che, prima di consegnare al Partito i materiali in suo possesso, Tania abbia passato a Sraffa tre quaderni, soltanto due dei quali poi compresi nell’edizione a stampa. Manca all’appello quello che, nella numerazione adottata da Tania, doveva essere il Quaderno XXXII, le cui tracce Lo Piparo è persuaso di rinvenire in una delle etichette adoperate dalla cognata di Gramsci durante il riordino delle carte. L’argomentazione adottata nell’Enigma del quaderno è minuziosa, sostenuta com’è da una ricca documentazione fotografica e da una perizia calligrafica che non esclude un intervento successivo di Gerratana. Si tratta, in ogni caso, di conclusioni provvisorie, dato che la pubblicazione del saggio precede gli esiti dell’indagine promossa dalla Fondazione Gramsci, il cui presidente, Giuseppe Vacca, pure continua a manifestare perplessità nei confronti delle ipotesi sostenute da Lo Piparo e condivise dal filologo Luciano Canfora. Anche se il meccanismo di etichette e controetichette risulta fin troppo elaborato per essere del tutto convincente, a questo punto è comunque difficile negare che qualcosa, nel conteggio dei Quaderni, effettivamente non torna. Al di là delle prevedibili difese d’ufficio, appare evidente che nel più benevolo dei casi uno dei manoscritti dev’essere andato disperso. Oppure, più pessimisticamente, le 26 pagine che Lo Piparo individua come mancanti dovevano avere un contenuto tale da consigliare Togliatti, o chi per lui, a impedirne la divulgazione. Vicenda appassionante, che sarebbe ingiusto ridurre nei limiti della querelle archivistica. Del pensiero autentico di Gramsci, infatti, sappiamo ancora troppo poco. Revocare in dubbio la versione ufficiale è probabilmente il modo migliore per iniziare a rendergli giustizia.