Recensione
Carlo Pighini, Nord Ovest, 05/02/2013

Riformare le fondazioni, via l'abbraccio della politica

«Riformare le Fondazioni, via l’abbraccio della politica E se le autorità di controllo controllassero davvero...» Parla Carlo Benigni, autore del libro che ha messo a nudo quest’intricata vicenda di potere e denaro «Via le mani dalle banche. E le nomine non debbono più essere decise dai partiti (Montepaschi insegna)» “Fondazioni, difendiamo dai politici il nostro tesoro”, titolava il NordOvest qualche giorno fa. «In effetti ci troviamo davanti a due estremi opposti, entrambi negativi - conferma Carlo Benigni, autore de Le mani sulla banca - Da una parte c’è l’Acri (l’associazione guidata da Giuseppe Guzzetti che raccoglie le fondazioni bancarie, ndr), secondo la quale tutto va bene, il sistema funziona, Siena è un caso anomalo e unico, gli investimenti delle fondazioni nelle banche sono di lungo periodo e dunque garantiscono stabilità. Ma è una visione miope, tra l’altro presto gli istituti di credito avranno bisogno di nuovi capitali, le fondazioni non li hanno e dunque la loro partecipazione si ridurrà inevitabilmente ». E l’estremo opposto? «Economisti come Zingales, che dicono: così le fondazioni bancarie non funzionano, sciogliamole e destiniamo il loro ricco patrimonio alla copertura del debito pubblico: ma così disperderemmo l’eredità di secoli di lavoro, oltre a privare l’ambito locale di una fonte di finanziamento insostituibile per una miriade di iniziative, specie in ambito culturale». E dunque, che fare? «Bisogna pensare a una soluzione intermedia: le fondazioni stiano fuori dalle banche, o dismettendo la loro partecipazione azionaria, o trasformando le attuali azioni ordinarie in azioni di risparmio, prive cioè del diritto di influire sulla governance. Perché sta tutta qui la negatività delle fondazioni bancarie: essendo queste ultime strutturalmente permeabili all’influenza dei partiti, diventano il vaso comunicante che mette a contatto la politica con le banche. È un circuito da interrompere». Citava prima il caso Montepaschi. Quali differenze e quali analogie tra Siena e Cuneo? «Differenze, moltissime, a partire dal fatto che la Banca regionale europea (nella quale la vecchia Cassa di risparmio di Cuneo è confluita, ndr) è sana e radicata. Di simile ci sono due fattori. Primo: la pervasività dei partiti nelle nomine nelle fondazioni. Il secondo: che in un momento come questo, con la crisi economica e gli enti locali senza più un euro da spendere, quella cassaforte costituita dal patrimonio delle fondazioni fa assumere a queste ultime un ruolo improprio, ne rafforza il potere a scapito degli altri». Un rischio, potremmo aggiungere, particolarmente forte in realtà medio piccole - come infatti sono Siena e Cuneo - dove spesso mancano quei contropoteri in grado di limitare l’influenza delle fondazioni... «Esatto, è una distorsione del sistema. Anche il “creatore” delle fondazioni bancarie, Amato, ha detto che la riforma va completata. Il caso Mps può essere l’occasione per farlo». Che prospettive per la Bre e per la Fondazione? «La Banca regionale europea è salda, deve solo evitare di perdere il suo legame col territorio, ora che il suo management è interamente non cuneese ». E la Fondazione? «Sarebbe bello che le autorità preposte dedicassero attenzione al merito dei fatti che sono stati segnalati».