Recensione
Oreste Pivetta, L'Unità, 06/02/2013

Il quaderno mancante

TRENTA. OPPURE UNA TRENTINA .LADIFFERENZA NON È DI SCARSO RILIEVO. PARLIAMO DEI QUADERNI DI ANTONIO GRAMSCI, FONDATORE A LIVORNO DEL PARTITO COMUNISTA, fondatore dell’Unità, morto il 27 aprile 1937, in una clinica romana, dopo anni di carcere fascista. Lasciando in eredità la propria storia, il proprio esempio e quei quaderni, affidati a Tatiana Schucht, la cognata, che alla famiglia comunicò in una lettera, in russo, così: «… sono in tutto XXX pezzi e alcuni di essi hanno duecento pagine ». Sembrerebbe tutto chiaro. Senonché in altra traduzione si può leggere: «I quaderni di Antonio saranno una trentina…». Una vaghezza che di per sé giustificherebbe il fatto che si parli sempre di ventinove quaderni soltanto (altri quattro si contano, ma contengono solo esercizi di traduzione), quanti si conservano presso la Fondazione Istituto Gramsci. La differenza nella traduzione ha indotto uno studioso, Franco Lo Piparo, ordinario di Filosofia del linguaggio a Palermo, a chiedersi (e a chiedere) se sia poi infondato sospettare la sparizione di un quaderno. Ne ha scritto in un libro, I due carceri di Gramsci (premio Viareggio) con un sottotitolo che spiega molto: «La prigione fascista e il labirinto comunista». Ha ripreso il tema in un altro libro, appena uscito per l’editore Donzelli, titolo da spy story, L’enigma del quaderno, sottotitolo esplicativo: «La caccia ai manoscritti dopo la morte di Gramsci», ricostruzione, che si affida a strumenti linguistici (il «giallo» delle traduzioni), a «dati di fatto testuali », a perizie grafologiche e fotografiche, formulando ipotesi: che si tratti di un quaderno scritto quando Gramsci era ricoverato nella clinica Quisisana (quando s’era ormai peraltro convinto a raggiungere Mosca, una volta riguadagnata la piena libertà), che si tratti di un quaderno di ventisei pagine, che lo si potrebbe cercare tra le carte di Togliatti o di Sraffa.

Ascoltiamo Franco Lo Piparo. Perché avrebbero dovuto cancellare quel quaderno?

«Non lo conosciamo, non sappiamo che cosa contenesse. Avrebbe potuto contenere affermazioni molto critiche nei confronti di Togliatti, oppure nei confronti del comunismo sovietico, forse esprimeva giudizi più articolati sul fascismo, forse alludeva ad una sua possibile svolta politica…».

Siamo nel campo delle supposizioni….

«Gramsci può sempre sorprenderci, perché non si chiude mai nell’ortodossia, quando si riteneva l’ortodossia un valore, e legge il mondo alla luce della sua formazione marxista, ma privilegiando aspetti che non toccano solo i processi economici. Gramsci scrive di cultura, di libri, di letteratura, di costume. Il suo sguardo è originale e penetra la società utilizzando strumenti originali. Gramsci è già in questo senso un post comunista».

Gramsci è soprattutto il grande intellettuale del Novecento, che ancora insegna…

«Certo, ma la sua attualità è legata proprio a una visione eterodossa della società dei suoi tempi, mai piattamente ideologica... Per questo riesce a indicarci percorsi di analisi ancora praticabili. A quali conclusioni sarebbe giunto non possiamo dire. Forse quelle pagine, che sospetto mancanti, avrebbero potuto aggiungere qualcosa. Gramsci liberale? Pare che la parola liberale dia fastidio. A me dà la sensazione di un lessico usurato. Che senso hanno certi termini, se non si aggiunge qualche aggettivo? Liberalismo, comunismo. E poi? Se leghiamo il comunismo con l’idea di giustizia sociale siamo d’accordo. Ma sappiamo che il comunismo non fu soltanto quello».

Lei cita (anche in questo caso annotando diversità di traduzione) una lettera di Togliatti a Dimitrov. Siamo nel 1941 eTogliatti allude a materiali ch epotrebbero danneggiare il partito.

«Togliatti prende tempo e intanto rivela quello che farà: un’opera di riaggregazione degli scritti, di ‘accurata redazione’, perché tutto venga utilizzato ‘come è opportuno e necessario’. Togliatti capisce di aver in mano qualcosa di importante per il movimento comunista. Intanto lo tiene per sè. Se ne riparlerà dopo la guerra».

Un personaggio emerge nel suo libro, arricchito in tutti i sensi, non solo postino dei quaderni, Sraffa…

«Uomo intelligente, colto, capace di interloquire a proposito di linguistica con il più grande filosofo di sempre del linguaggio, Wittgenstein. Ma anche un agente del Comintern, convinto che per realizzare l’utopia dell’eguaglianza si possano usare le armi della violenza e che si possa persino sposare la brutale politica sovietica».

Un agente del Comintern che sottrae i quaderni al Comintern e di cui Gramsci nutre piena fiducia, però. E adesso?

«Bisogna cercare negli archivi, sapendo che non è indifferente lo spirito e l’orientamento con i quali si affronta la ricerca».