Recensione
Sergio Caroli, La Gazzetta di Parma, 05/02/2013

Moro, l'Italia a un bivio

Autore di numerosi saggi storici assai dibattuti, fra i quali «Storia del miracolo italiano», «Il Paese mancato », «Le radici dell’Italia attuale», Guido Crainz, docente di Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Teramo, presenta ora «Il Paese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi» (Donzelli editore, pag. 390, 29 euro). Utilizzando - con metodo originale e fluente prosa - le fonti più diverse come gli atti parlamentari, i verbali delle sedute delle direzioni dei partiti, i rapporti Censis, i dati Istat, le trasmissioni televisive, i film, i libri, i romanzi, le canzoni, i fatti di costume, l’autore offre non solo la storia dei partiti politici, dei governi, delle istituzioni e dei gruppi dirigenti via via succedutisi, ma una vera e propria storia d’Ita - lia degli ultimi trentacinque anni.

Professor Crainz, perché con la fine degli anni Settanta inizia una fase del tutto nuova nella storia della Repubblica?

Il funerale di Moro appare simbolicamente quasi «il funerale della prima Repubblica», minata dall’incubo del terrorismo e da una corruzione ormai diffusa che sta già incrinando il consenso al sistema politico. Segna quasi uno spartiacque fra un prima e un dopo: nel modo di essere dei partiti ma anche del Paese. Pasolini lo aveva visto bene: degrado del Palazzo e «mutazione antropologia» degli italiani si intrecciavano strettamente.

Nel corso degli anni Ottanta irrompono tendenze, poco edificanti, che, già in incubazione durante il miracolo economico, mutano radicalmente i costumi di ampi strati della popolazione.

All’inizio del decennio si parlò di «riflusso » per indicare il «ritorno al privato », la «fine delle ideologie» e il «rifiuto della politica», che allora si intrecciarono alle nuove ideologie del consumo, dell’affermazione individuale, anche in sprezzo delle regole, del denaro e del successo come unico metro di valore. Del «rampantismo», come allora si disse: un «modo di essere » affiorato già negli anni Sessanta ma contrastato allora dalla diffusa presenza di valori collettivi e solidarietà sociali: si pensi al ruolo di sindacati, partiti e movimenti. Le trasformazioni colossali degli anni Ottanta non possono certo essere ridotte a questo, ma, in generale, esse esigevano una risposta forte, un orientamento proprio dalla politica, intesa come progetto di futuro. Esattamente quello che mancò.

In quel torno di tempo raggiunge l’ac - me la crisi del sistema dei partiti. Quali ragioni la motivano? E quale volto assumono i partiti stessi?

Forse le ragioni vanno cercate nella loro incapacità di rispondere alle domande di una società radicalmente cambiata, fra anni Sessanta e Settanta: i nodi posti in modo esplicito, del resto, dai movimenti che allora presero corpo. Paradossalmente i partiti risposero alla crescente distanza dai cittadini occupando tutti gli spazi dello Stato e degli enti, trasformandosi cioè «in partitocrazia»: aumentò l’uso del potere ai fini del consenso, dilagò la corruzione. Esattamente quel che Berlinguer denunciò già nel 1981.

A determinare il collasso della prima Repubblica - lei argomenta - è stata la vertiginosa ascesa del debito pubblico combinata alla proliferazione della corruzione politica. Come si articola quell'intreccio?

Il debito pubblico «rivela» bene il degradare della politica, di cui la corruzione è conseguenza: nel 1979 è ancora al di sotto del 60%, nei primi anni '90 raggiunge il 125%. All’inca - pacità di governare e di conquistare consensi con la propria autorevolezza si cercò di supplire con la tolleranza di manifestazioni sociali anche abnormi, dalle spinte corporative all’evasione fiscale. Si delineò così un «patto» fra governanti e governati fondato sul prevalere degli interessi degli uni e degli altri sul bene pubblico. Esso ci rese fragilissimi sul piano economico e su quello etico: ci abituò a rovesciare sulle generazioni future i guasti dei nostri egoismi.

Vi è continuità tra gli anni di Craxi e l’era di Berlusconi?

Vi è intanto una larga continuità di «clima», anche nell’ostentazione di un ottimismo irresponsabile: «La nave va», diceva Craxi, e affondò poi - come Berlusconi - nel suo naufragio. Inoltre Craxi scandisce il passaggio dalle forme tradizionali della politica al sostanziale scardinamento di esso, dando corpo a un «partito personale» (nel 1984 è eletto per acclamazione, non per votazione) in cui il carisma del premier è surrogato (non espressione, come era in passato) di una solida aggregazione sociale e politica. E inserendosi appieno nella tendenza generale del decennio: se lo spettacolo invade la politica (si pensi alle scenografie dei congressi socialisti), la politica invade lo spettacolo (dai talk show sino a trasmissioni come «Biberon », in cui i politici e i loro sosia diventano indistinguibili). Inoltre Craxi alimenta in modo decisivo quella crescita della corruzione e dell’occupazio - ne partitica dello Stato che contribuisce a distruggere l’immagine della politica nel vissuto di milioni di italiani.

Perché l’era di Berlusconi è durata un ventennio?

Oltre alle ragioni implicite in quel che ho detto, credo sia stata determinante l’incapacità del centrosinistra di avanzare proposte e pratiche di «buona politica» e di avviare processi reali e radicali di rinnovamento. Da dove ritiene occorra partire per superare il degrado del sistema politico italiano?

Una radicale inversione di tendenza non può che coinvolgere sia il ceto politico che il Paese: i guasti dagli anni Ottanta e del «berlusconismo» hanno lasciato segni profondi. Per molti versi, occorre partire anche da noi stessi. 