Recensione
Simonetta Fiori, La Repubblica, 02/02/2013

La replica di Vacca: "Un'ipotesi che sembra inverosimile"

“Il quaderno mancante? Non mi sono mai posto il problema. Ma l’ipotesi di un Gramsci che abiura alla fede comunista mi sembra fantasmatica”. E’ molto prudente Giuseppe Vacca nel maneggiare l’enigma del taccuino scomparso. In qualità di presidente della Fondazione Gramsci, ha istituito la Commissione che indaga sulla faccenda, ma preferisce ritagliarsi il ruolo del notaio. Come se la cosa non lo riguardasse. “Mi sono sempre mosso su un altro terreno, che è quello dei contenuti. E sul piano dell’evoluzione del lessico e dei concetti, non sono rilevabili salti o buchi”.

Ma l’ipotesi avanzata da Lo Piparo è che questo quaderno contenesse riflessioni indigeste per i comunisti.

“Stiamo ai fatti. Una volta uscito dalla galera, Gramsci avrebbe voluto andarsene a Mosca, non altrove. Il suo comunismo era eterodosso, ma da qui a farne un liberaldemocratico…..”.

A questo proposito però l’Istituto Gramsci non è del tutto innocente. Dopo il crollo del Muro, il leader sardo divenne un pensatore ingombrante. Il recente libro di Guido Liguori , Gramsci conteso, ripercorre le letture che fiorirono intorno a Gramsci “liberale”, funzionale all’evoluzione del Pci in Pds etc.

“Ma fu proprio per sottrarre Gramsci alle strumentalizzazioni che allora mi battei per l’Edizione Nazionale delle sue opere. E poi non è mai esistita un’interpretazione ufficiale degli scrittio gramsciani da parte dell’Istituto”.

E perché allora il conflitto con Togliatti venne prima negato e poi tenuto sullo sfondo?

Finché è vissuto Togliatti, è stato lui a gestire le carte. E poi fino all’83 l’Istituto è rimasto una sezione del comitato centrale del Pci, facilmente imputabile di essere organico al partito. Però non ha mai smesso di promuovere edizioni e convegni”.

Non c’è dubbio. Fu dopo l’89 che Gramsci scomparve quasi completamente dalla circolazione culturale. E addirittura nel ’96 lei fece causa a Elvira Sellerio perché aveva pubblicato una nuova edizione delle Lettere.

“Fui obbligato a farlo, per sostenere Einaudi. Ma certo mi davo da fare con l’editore torinese perché ne riproponesse gli scritti”.

Ma ancora oggi manca nelle librerie l’edizione completa delle Lettere.

“Sì, è vero, ne ho parlato con Einaudi anche di recente”

Che idea s’è fatto delle nuove ricerche di Lo Piparo?

“Si muove su un terreno che io non domino. Posso dire che né Gianni Francioni né Valentino Gerratana, che hanno fatto un lavoro filologico sui Quaderni, si sono mai imbattuti nelle tracce di un taccuino mancante”.

Ma lei studia Gramsci da cinquant’anni, si sarà fatto un’idea delle discrepanze segnalate da Lo Piparo.

“Non intervengo su cose che non conosco. Come presidente dell’istituto, ho promosso tutte le indagini tecniche possibili per dare una risposta alle questioni poste ora sia da Lo Piparo che da Luciano Canfora”.

Si potrebbe però obiettare che queste domande se le sarebbe potute porre anche lei molto tempo prima.

“Mi sono occupato di altre questioni. Anche perché credo che il compito dello storico non sia quello del giudice istruttore, che cerca le menzogne e le denuncia. Ho un’idea più tradizionale, che si richiama a Weber e a Croce: comprendere e spiegare”.

In quest’ultimo lavoro, Lo Piparo la chiama in causa anche per le traduzioni del russo delle lettere di Tania.

“La traduzione è di Rossana Platone, la figlia di Felice, e non mi sono mai posto il problema che non fosse fedele all’originale”.

Lei ha mai sentito parlare di questo quaderno mancante? Canfora dà importanza a una recente battuta di D’Alema: ‘ Io non me lo vedo un Togliatti che distrugge un quaderno, me lo vedo che lo conserva per tirarlo fuori in tempi migliori’.

“In tanti anni non ho mai sentito parlare di quaderni scomparsi . E quella di D’Alema è chiaramente una battuta”.

Lei come spiega l’effervescenza intorno a Gramsci? Donzelli l’attribuisce al fatto che oggi il pensatore è finalmente di tutti, mentre per anni lei ne ha fatto un uso quasi proprietario.

“Questa accusa è infondata. Le carte sono state sempre a disposizione degli studiosi. E non ho mai visto Donzelli qui dentro affannarsi sui documenti. Penso che molti di loro rispondano a un richiamo mediatico”.

Sta dicendo che Donzelli, Lo Piparo e Canfora vogliono stare sui giornali?

“Se scoprendo di volta in volta un ossicino di Cuvier ritengono di doverci scrivere sopra un libro congetturale, naturalmente sono liberi di farlo”.

Cosa pensa dei loro lavori?

“Canfora sospetta che Grieco sia stato una spia del fascismo, ma parla di un personaggio di cui non sa nulla, e gliel’ho ance detto pubblicamente. Lo Piparo ha invece una formazione strutturalista, e dalle lettere tende a dare un’interpretazione “sintomale”, ignara del contesto: non mi persuade per niente”.

Ma insomma questo quaderno può venir fuori o no?

“Sulla base delle mie conoscenza, l’ipotesi mi sembra inverosimile. Ma da presidente del Gramsci, avendo asttrezzato un’inchiesta, non posso dire di escluderlo a priori”.