Recensione
Bruno Gravagnuolo, L'Unità, 03/02/2013

L'invisibile Quaderno

Poiché una Spy-story è un noir ma senza corpo del reato, almeno al momento. E dove la vittima sarebbe il “vero Gramsci” occultato da Togliatti e Sraffa in limine mortis e subito dopo la scomparsa a Roma il 27 aprile 1937. Insomma Franco Lo Piparo rilancia. E dopo “I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista” (Donzelli 2012) dà alle stampe un nuovo saggio , “instant” e in simultanea con le indagini della Comissione che al Gramsci sta vagliando l’ipotesi di un “quaderno gramsciano rubato”. Che è poi la materia del contendere, al centro sia de “I due carceri” che dell’odierno remake “L’enigma del quaderno” (Donzelli). Ecco la tesi di Lo Piparo, linguista e studioso di Gramsci: Gramsci abbandonò il comunismo, sia quello ideale che quello più concreto del ‘900, per approdare a liberalismo e socialdemocrazia. E lo fece via via. Coltivando prima il sospetto di essere stato catturato da un “abbaglio” e condannato da un tribunale ben più ampio di quello fascista . Poi la certezza che le sue idee erano incompatibili con quelle leniniste e comuniste, per non dire di quelle staliniane. Infine elaborando una sorta di abiura condensata in un quaderno scomparso ma esistente, dal prigioniero stesso vergato, e che sarebbe “comprovato” e rivelato da vari indizi, sorretti da altrettanti argomenti. Ma vediamo i punti principali. Il primo per Lo Piparo è questo: i Quaderni del Carcere sono trenta e non ventinove, come risulta dalle varie edizioni. E qualcuno appunto avrebbe sottratto un taccuino, ritenendolo esplosivo e dirompente: una sorta di abiura o distacco dal mondo ideale stesso di Gramsci. Ma perché trenta e non ventinove? Perché argomenta Lo Piparo il numero che compare più volte è trenta. E non ventinove. Compare quando le sorelle Schucht – rivendicanti contro Togliatti il possesso dei Quaderni – dichiarano nel 1941 a Mosca di possedere “trenta pezzi” o “una trentina in tutto” di fascicoli, a seconda della traduzione dal russo ( la prima è di Lo Piparo, la seconda di Rossana Platone). E poi: fu Togliatti stesso a dire al Teatro San Carlo a Napoli il 29 aprile 1945 di avere in mano 34 quaderni , di cui mostrò un esemplare. Infine, argomento filologico principe di Lo Piparo, dai 34 mancherebbe un 32, stante il salto della numerazione romana ad opera di Tatiana Schucht dal XXXI al XXXIII. E stante pure il ritrovamento – sotto l’etichettatura del quaderno XXIX – di una precedente etichettatura avente la sigla XXXII. E proprio su questo sta lavorando la famosa Commissione insediata al Gramsci, con dentro Lo Piparo, Canfora, Frosini, Cospito , Francioni e Vacca, massimi studiosi gramsciani. Che ha demandato, all’Istituto italiano del Restauro una perizia grafica per decifrare e attribuire la “mano” delle etichette: solo di Tatiana o anche di qualcun altro? E tuttavia , in attesa della risposta peritale sul punto specifico, alcuni dati appaiono assodati. E cioè, i Quaderni in tutto erano a rigore 33: 29 teorici e quattro di traduzioni . Più due quaderni vuoti e inutilizzati dal prigioniero : il 17 bis e il 17 ter. E fanno così 35. Ma ad essi va aggiunto il registro- indice delle note dei manoscritti avviato dalla Schucht , subito dopo la morte di Gramsci e che resta incompleto. Dunque materialmente si trattava e si tratta, di 36 “pezzi”, che possono diventare trenta se si considerano solo i taccuini teorici e il registro. Oppure 34, se si sommano i pezzi teorici al registro. Nel primo caso dunque le sorelle Schucht potevano parlare di trenta , mentre nel caso di Togliatti viene fuori il numero 34. Dov’è il mistero, visto che in entrambi i casi una risposta comunque c’è? Quanto alle etichette Gianni Francioni -. Massimo filologo gramsciano e responsabile della nuova edizione critica nazionale – ha già spiegato sull’Unitàdel 27 febbraio 2012 che gli sbalzi di numerazione sono dovuti agli errori materiali di Tatiana. Che apponeva avanti e sul retro numerazioni non congruenti e non coincidenti. Avanti in lettere romane, e dietro in cifre arabe, sbagliando e rietichettando di continuo. In altri termini , quando mancano gli ultimi cinque quaderni da etichettare , Tatiana commette degli errori di calcolo. Cosicché da XXVIII in poi , rubricato giustamente, il XXIX rivela essere stato etichettato prima del numero XXXII, e poi ricoperto. Anche il XXX presenta un’etichetta strappata prima da Tatiana e così il XXXI. Mentre il XXXII ha accanto un 10 arabo e la dizione “la filosofia di Benedetto Croce”, vergata da Gramsci. Infine nel XXXIV , sul retro c’è un 34 arabo e un 4 in rosso ( come sempre due diverse etichettature : avanti e sul retro). Insomma le discrasie derivano da pasticci fatti da Tatiana, nella fretta di classificare e ordinare i manoscritti. Prima di affidarli all’ambasciata sovietica, il 7 luglio 1937, e da dove i testi nel dicembre partiranno per Mosca. Ma prima ancora c’è un incontro tra Tatiana a Sraffa a Roma, di cui la prima riferisce alla sorella Giulia il 5 luglio. Tania racconta di aver mostrato a Sraffa tre quaderni, per mostrargli come sta lavorando a riordinarli. E da ciò Lo Piparo trae la conseguenza che Sraffa avrebbe tenuto per sé due taccuini, inoltrandoli a Mosca e tenendone un terzo per sé (nascosto nello scrigno segreto di Togliatti!) La prova sarebbe in un’altra lettera. Dove Tania scrive – sempre il 7 luglio - a Sraffa : “Ieri ho consegnato i quaderni (tutti quanti) e anche il catalogo che avevo iniziato”. E quel “tutti quanti” diventa la prova che Tania oltre a esprimere disappunto, voleva dire che non aveva potuto consegnare altro che quelli che le erano rimasti: meno quelli sottrattigli da Sraffa. Arbitrario e troppo fantastico. Roba appunto da “fantasia logica” quella invocata da Lo Piparo. Che vale forse a fare arte verosimile , non scienza o filologia. E forse nemmeno arte compiuta. Visto che la prova - “il Quaderno mancante” – non è credibile neppure nel “plot”. Troppo inverosimile.