Recensione
Sergio Caroli, Gazzetta di Parma, 23/01/2013

Scrittrici tra verità e bellezza

Pubblicato per la prima volta nel 1986, torna in libreria, arricchito di tre saggi inediti - dedicati rispettivamente a Anna Maria Ortese, Elizabeth Bishop e Marianne Moore - un classico della storiografia letteraria: «Nomi. Undici scritture al femminile». Di undici donne che svettano nell’arte della scrittura - Blixen, Dickinson, Woolf, Stein, Charlotte ed Emiliy Bronte, Shelley ,Yourcenar, oltre alle tre citate - , Nadia Fusini, docente di letteratura inglese presso il Sum, Istituto italiano di scienze umane a Firenze, eminente studiosa del teatro elisabettiano, ripercorre l’itinera - rio artistico in costante ascolto della loro anima segreta. (Donzelli editore, pag. 298, euro 19,50). A mettere a fuoco questi ritratti e il «suono della vita» che li pervade, non è l’occhio ma la visione, non la parola ma la lettura. Se di Karen Blixen l’autrice scrive: «Chi conosca anche un poco la sua opera sa come la sua scrittura si organizzi per maglie dal punto antico, fino a produrre un arazzo fitto e intricato di segni; e la sua vita stessa sia altrettanto tessuta, lavorata, come appunto si lavora un arazzo», di Anna Maria Ortese, - il cui mirabile ritratto apre la raccolta - osserva che anche per lei «come per Marguerite Yourcenar, per Virginia Woolf e Emily Dickinson, scrivendo accade il miracolo di poter cogliere l’essere con semplicità e con ingenuità». Il saggio penetra negli enigmi di quella semplicità e quella ingenuità, spiegando come esse siano difficili a conquistarsi. Professoressa Fusini, Anna Maria Ortese ha molteplici tratti in comune con altre scrittrici da lei analizzate. Quali le piace sottolineare? Sono molti gli elementi che le accomunano: il sentimento del tempo, tutt'uno col sentimento del dolore che assedia l’esistenza e una profonda consapevolezza della potenza creativa della lingua. E il sentimento della perdita, a contrastare il quale chiamano appunto la loro scrittura. Ad esempio, sia Anna Maria Ortese che Virginia Woolf reagiscono scrivendo alla morte dell’amato fratello. O per fare un altro esempio, come Elizabeth Bishop, Anna Maria Ortese è una donna schiva, introversa e scontrosa, solitaria come un gatto. Più in generale, Anna Maria Ortese è il nome che identifica una passione della letteratura che risplende in tutte le altre: dedizione all’opera, chiamata e dunque missione e dunque vocazione a cercare la verità e la bellezza nella poesia, e intendo per poesia la creazione letteraria. Per Karen Blixen, «vero scrittore è colui che eccelle soprattutto nell’arte del trasformare e del trasformarsi». Cosa intendeva? Lo scrittore crede nella metamorfosi, crede nella capacità della lingua di trasformare la realtà. Scrivere è l’esperien - za di questo miracolo. Il mondo stesso è il testo che nel quale si raccoglie un patrimonio di leggende, di infinite favole, di inesauribili canovacci. Per lo scrittore si tratterà di aderire a tutte pieghe di quel libro che è il mondo.Come definisce la religiosità Emily Dickinson, appassionata lettrice della lettera ai Corinti?Emily Dickinson è prima e sopra ogni altra cosa poeta. La Bibbia è per lei il libro cui si abbevera immaginativamente, un grande deposito di immagini e ritmi e visioni che nutrono la sua lingua. Vi è in lei il soggettivismo estremo delle anime la cui sola strada di conoscenza è la prova della passione, e la cui sensibilità si affina in una capacità così intensificata di provare gli stati estremi, che confina con l’estasi mistica. Lei scrive che la donna woolfiana - si chiami Katharine, Clarissa, o la signora Ramsay - è anche fredda e avara, perché custode di un segreto che non si lascia penetrare. Perché? Come nell’«Ode sull'urna greca» di John Keats, nell’opera di queste donne scrittrici la bellezza si coniuga al silenzio. E al segreto. E’ per devozione al segreto, di cui è custode, che la donna woolfiana non si dona mai completamente. E', la sua, un’idea greca della bellezza e della verità come alethéia, qualcosa che si mostra nel suo nascondimento. E rimane inafferrabile nella sua essenza, indicibile, ineffabile. Gertrude Stein, l’autrice della «Autobiografia di Alice B. Toklas» «tratta le parole come Cézanne le linee del quadro ». Può esemplificare le analogie? Per Gertrude Stein lo scrittore moderno, come il pittore moderno, come in generale l’artista moderno, hanno un problema di forma e di composizione. Per questo è importante che si ascoltino, si guardino, si incontrino nel riconoscimento che comune è lo sforzo di rappresentare la realtà. Virginia Woolf rimane ore incanatata davanti alle mele di Cézanne, Gertrude Stein impara da Picasso. Ripeto: sono artisti che hanno la piena coscienza del loro compito etico, estetico, conoscitivo. «In Margherite Yourcenar - lei osserva - c'è pur sempre sacrilegio nell’a rd o re con cui essa guarda al creato, sia esso uomo, creatura vivente, pietra e ruscello ». Perché sacrilegio? Forse per eccesso d’amore? Forse perché investe l’oggetto di una passione mondana, troppo mondana? Chissà... Ogni lettore interpreterà secondo la sua sensibilità. Ma senza mai dimenticare il sentimento e significato della morte che pulsa nella narrativa della Yourcenar. Pensiamo al suo grande ritratto di Adriano, l’impe - ratore. Non si tratta per lui né di precorrere né di ritardare la morte, ma solo di lasciarla giungere, secondo le leggi di natura. Adriano parla in punto di morte perché solo nell’angoscia suprema può forse sorgere l’impulso a stringere amicizia con la morte, e solo questo smarrimento può rafforzare l’uomo nella sua impari lotta contro l’alienazione ultima. 

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