Recensione
Claudio Vercelli, Il Manifesto, 25/01/2013

Un viaggio nella memoria dei sopravvissuti italiani nei campi

Dobbiamo a Carlo Greppi, giovane studioso torinese, un’articolata riflessione sulla condizione umana che si accompagnava alla deportazione verso i campi di concentramento. Nel suo libro intitolato a L’ultimo treno. Racconti del viaggio verso il lager (Donzelli, pp. 282, euro 18), l’autore si concentra su centoventi sopravvissuti, tutti di origine italiana, valutandone la memorialistica e ponendo in contatto scritture tra di loro anche diverse, attraverso un’ampia rilettura nonché una scansione critica dei loro testi. Al centro, per l’appunto, il trasporto, dopo la cattura, verso una meta ignota, il lager. Ne è derivata un’opera stratificata e di notevole respiro critico. La diacronia costituisce il tratto più significativo del testo, giocando implicitamente su una dialettica continua tra il passato e il presente. Per più aspetti, infatti, è un libro di rimandi, dove la ricognizione sull’archeologia letteraria della deportazione, sedimentatasi e stratificatasi dopo un periodo di «silenzio gremito di memoria » (Primo Levi), apre dei varchi nella ricerca di significati che parlino sensatamente all’oggi. Greppi, d’altro canto, ha maturato le sue riflessioni viaggiando egli stesso ripetutamente verso la meta dei campi, come accompagnatore, insieme ad altri giovani. Lo sviluppo che hanno avuto i cosiddetti «viaggi della memoria» incide notevolmente sull’oggetto dell’analisi. Poiché si è consolidato un filone generazionale che trova nella visita a quei luoghi uno deimomenti più significativi per capire non solo cosa sia successomail perché quel passato vada inteso come rilevante rispetto ai significati da attribuire al nostro presente. Con esiti, va detto, non sempre lineari. E tuttavia non è di questo che il libro ragiona. Piuttosto rileva come nell’intreccio tra deposito di un’esperienza concreta, quella dei deportati, e il suo riflettersi nel ricordo di natura pedagogica, si giochi il filo di una memoria che irrobustendosi ha anche cambiato di contenuto: non più solo resoconto intimo della rescissione dei legami con il mondo dei vivima atto politico di denuncia e, in ultimo, riflessione sulla condizione esistenziale nei territori dell’estremo. È allora forse questo l’elemento per collocare il testo di Carlo Greppi, così come, più in generale, l’accanimento, dopo decenni di altalenante ascolto, con il quale molti si sono aggrappati a quelle storie. Il mutamento dello statuto pubblico del testimone e della memoria costituisce la cornice entro la quale inserire tutte le vicende di cui la narrazione della deportazione ne è depositaria. In questo quadro si colloca così il tema del viaggio in quanto esperienza del limite, ovvero area di confine, momento di congedo. Se si vuole è esso anche un luogo letterario: nelle testimonianze dei sopravvissuti assume a tratti quasi la natura di un tragico romanzo di formazione, che corrisponde all’apertura di uno squarcio nella propria esistenza come nella cognizione dei confini dell’umanità. Le pagine più belle sono infatti quelle che, scritte a distanza di anni dai fatti cercano, a tratti quasi affannosamente, di dare un respiro profondo all’evento, quasi che nel vissuto individuale si riflettesse il senso di un’epica collettiva. Un’epica peraltro dimessa, sobria, inquieta poiché obbligata a scandagliare gli aspetti più profondi dell’animo umano, dove le interrogazioni ultime, quelle alle quali altrimenti non ci si dedica nell’esistenza quotidiana, assumono qui un’urgenza imprescrittibile, a partire dal domandarsi sul perché una sciagura di tal genere sia piombata tra capo e collo. Non a caso l’autore parla di «fetore dell’offesa». L’estrazione sociale e culturale composita dei trentamila e più deportati dall’Italia occupata dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943, d’altro canto, non altera la percezione che la quasi totalità d’essi rivelava di avere condiviso in quel mentre: il senso del brutalemutamento esistenziale era infatti il tratto comune. La deportazione suggellava così il passaggio dalla condizione civile a qualcosa d’altro, ancora di indefinito ma che era per i più da subito il segno di una disumanità a venire. Si legano a questa transizione l’inesorabile sequenza di atti e fatti che la precedevano e l’accompagnavano: la cattura e la sottrazione dal proprio ambiente naturale; l’impossibilità di congedarsi dai propri congiunti; frequentemente, la partecipazione di collaborazionisti italiani, che aggiungeva un senso di pena e di vergogna dando la misura del senso del tradimento tra connazionali; la distanza che si istituiva con il mondo circostanze, poiché «in milioni guardano altrove» (Pier Vincenzo Mengaldo); la promiscuità e la condivisione con i compagni di sventura così come il crearsi di una piccola comunità di sofferenti, che si sarebbe sciolta con l’apertura delle porte del vagone. Se la deportazione è un «non luogo », ossia un transito tra ciò che si è, che si conosce di sé e del mondo, verso l’ignoto, in un ambiente al quale si è costretti, essa mette in massimo rilievo la fisicità, un dato che nella vita quotidiana viene il più delle volte invece rimosso. Dei sei capitoli di cui si compone il libro il quarto e il quinto ne colgono meglio la drammatica rilevanza. Nel rapporto con il proprio e l’altrui corpo, in uno spazio rarefatto, dove il contatto con l’estraneo si fa obbligato, e dove la natura del medesimo è data dai bisogni elementari, a partire da quelli che sono parte integrante della dimensione della nostra privatezza, si manifesta il mutamento della condizione, il trapasso verso l’essenzialità radicale del lager. La nuda vita si rivelerà essere tale poiché è fatta degli umori e delle sostanze del corpo umano. Il libro di Greppi fa giustizia, una volta per sempre, delle compiaciute letture che, a volte, hanno accompagnato le ricostruzioni dell’esperienza concentrazionaria. Non c’è mito, non sussiste martirio e neanche redenzione. Per più aspetti L’ultimo treno presenta un carattere entomologico, scomponendo e sezionando le mille parole degli altrui iscritti per coglierne le radici comuni. Ne deriva infine una trama gigantesca, fatta di una quantità rilevante di voci. Tale fu la deportazione, dall’Italia