Recensione
Giovanni De Luna, La Stampa, 05/01/2013

Rincorsa all'edonismo e sfascio della politica

A Guido Crainz questa Italia non piace. E’ un «sentimento» condiviso da molti della sua generazione che hanno faticato a passare dalla poesia degli anni della loro giovinezza e della loro militanza politica alla prosa dei tempi che corrono. Nel caso di Crainz il giudizio viene espresso con gli strumenti e i metodi dello storico. Come in molti suoi libri, anche in questo il lettore trova un imponente armamentario di fonti e documenti che spaziano dalle analisi del Censis (spulciate con grande acume) alle canzoni, ai film, ai romanzi, ai linguaggi della pubblicità e della tv; un complesso variegato e affascinante utilizzato con maestrìa per comporre, in sintesi, un efficace affresco degli ultimi tre decenni della nostra storia. Il racconto comincia con gli anni del «riflusso» e presenta subito un’Italia come stordita dal brusco passaggio dalla solidarietà all’egoismo, dalle grandi utopie egualitarie a una feroce rincorsa al benessere individuale e al consumismo più sfrenato, «alla noncuranza, se non al disprezzo, per le regole e i vincoli collettivi ». Sotto la superficie di una politica attraversata dagli incubi del terrorismo, era affiorata una società dai tratti segnati dall’affacciarsi di nuovi soggetti sociali, da nuove abitudini, da nuove mode. Ed è un passaggio in cui la politica assume i tratti che la distinguono ancora, con un suo progressivo ritrarsi dalla dimensione pedagogica del passato e la successiva trasformazione dei partiti in «una partitocrazia inefficiente e corrotta». Il giudizio su Craxi è impietoso. Dopo un esordio (1976) all’insegna di un «progetto socialista» che sedusse molti intellettuali di sinistra, il Psi adottò una pratica politica improntata «agli strumenti più vecchi delle lotte di fazione» e alla riproposizione della tradizionale «conventio ad excludendum» nei confronti del Pci. Il «pentapartito» che governò per tutti gli Anni 80 fu l’espressione più esplicita «della rinuncia a un profilo ideale e programmatico, dell’abbandono della politica come progetto». Le conseguenze le stiamo scontando ancora oggi: una crescita enorme del debito pubblico, le spinte corporative più sfrenate all’evasione fiscale, i colossali condoni fiscali ed edilizi, «mentre l’arricchimento privato svincolato da norme e la corruzione pubblica crescevano insieme erodendo al tempo stesso stabilità economica e legalità». Si imboccò così il sentiero che inesorabilmente portò il sistema politico alla grande slavina del 1992-1994. Di questo percorso la Lega di Bossi fu l’assoluta protagonista mentre gli altri partiti si consegnarono inermi alla dissoluzione. La cronaca di «Tangentopoli» è puntuale e nelle pagine di Crainz il lettore ritrova l’incalzare di quegli eventi, raccontati come in presa diretta. E’ un quadro in cui l’arrivo di Berlusconi appare quasi scontato e il berlusconismo diventa l’«autobiografia di una nazione», di un’Italia che Crainz vive in un misto di disincanto e di spaesamento.