Recensione
Piero Bevilacqua, Il Manifesto, 05/01/2013

La perigliosa avventura di fare della terra un'impresa

Domenico Cersosimo è un economista che guarda ai fenomeni della sua disciplina nei loro intrecci con la società, i caratteri dei territori, le culture locali, la vicenda umana delle persone. Lo ha fatto in passato in diversi saggi dedicati al Mezzogiorno, secondo modalità che ricordano gli studi sull’ Italia centrale di Giacomo Beccantini. In queste Tracce di futuro.Una indagine esplorativa sui giovani Coldiretti, (Donzelli, pp. 217, euro 18) racconta le vicende e l’esperienza di 49 giovani, affiliati alla Coldiretti, che hanno deciso di tentare la carta dell’impresa in agricoltura. Si tratta di 41 uomini, 8 donne, 17 residenti al Nord, 19 nel Centro e 13 nel Mezzogiorno. L’indagine, chiarisce l’autore, è un «carotaggio» che non vuole avere caratteri di esemplarità, ma costituisce una esplorazione in profondità su un campione ben scelto e a suo modo significativo. Il libro di Cersosimo è dunque una serrata discussione con un ampio gruppo di imprenditori, la «costruzione condivisa tra narratore e ricercatore » di un percorso di esplorazione di un difficile universo sociale. Una conversazione, tuttavia, che si avvia da punti ben fermi, da una salda consapevolezza, storica e sociologica, da parte dell’autore. «Più che altrove – sostiene l’autore - nel nostro paese domina un circuito di “produzione di imprenditori amezzo di famiglie imprenditoriali”.Un paese bloccato, con una bassa e decrescente mobilità sociale ascendente, rannicchiato nella riproduzione “domestica” dei ceti professionali e delle classi dirigenti». E infatti anche in questo mondo sempre piùmarginalizzato delle nostre campagne dominano le stesse regole rigide di filiazione dei singoli percorsi imprenditoriali. A cominciare dal primo fattore produttivo da mettere in gioco: la terra. Per entrare in questa impresa è infatti necessario avere a disposizione il terreno agricolo. Oggi, in molte regioni il suolo – a dispetto della marginalizzazione dell’agricoltura – è divenuto un costoso fattore di produzione: un ostacolo preliminare alla diffusione di nuova imprenditoria agricola. La rendita fondiaria reale ed attesa – per possibili edificazioni o per impianti energetici – inibisce e scoraggia l’attività produttiva, secondo le linee antiche della storia italiana. Per questo, ricorda Cersosimo, «decisiva è la possibilità di fare riferimento alla terra di famiglia, dei genitori, del nonno, dello zio. La terra è il fattore di produzione preminente, l’incipit ineliminabile». Ma anche il modo di apprendere e di operare dei giovani imprenditori appare imprescindibile dai lasciti familiari. E in questo ambito non credo che si tratti di un residuo familistico. La trasmissione del sapere empirico, in agricoltura, è un patrimonio prezioso, che non si può apprendere in nessun corso di studi. Gran parte degli imprenditori intervistati hanno una comune origine sociale. Non ci sono significativi arrivi esterni dalle città alle campagne. In questo, il campione dell’indagine riflette una tendenza generale che conosciamo. La frattura culturale creatasi negli ultimi decenni tra il mondo urbano e i varimondi dell’Italia rurale è troppo profonda per poter essere ricucita in poco tempo, anche se fenomeni di cambiamento molecolare sono in atto da qualche tempo. La «stanchezza» della città si fa sentire tra tanti giovani, la crescente marginalità e precarietà del lavoro, spesso accompagnata da interesse culturale per il mondo della natura sta trasformando molti atteggiamenti e orientando scelte di vita. Le interviste del libro danno ovviamente conto della varie realtà interne delle singole aziende e delle strategie sia colturali che più largamente imprenditoriali: vendita diretta dei prodotti, valorizzazione degli agriturismi, ricerca della multifunzionalità, ecc. E un capitolo importante è certamente quello del lavoro. Lavoro familiare, prevalentemente. Ma anche esterno, che spesso è extracomunitario. E qui le interviste di Cersosimo illuminano in diverso modo un fenomeno che noi abbiamo conosciuto nella feroce versione schiavile delle campagne di Rosarno e di tante altre plaghe della penisola. Esse mostrano quel lavoro giudicato dai nostri giovani imprenditori, dalla parte padronale. «Sono persone impagabili. – racconta un imprenditore delle campagne di Viterbo, a proposito di 4 immigrati indiani – Sono fortunato ad a avere gente come loro, senza di loro tante cose non potrei farle». Si indovina in queste e in altre interviste tanto duro lavoro e autosfruttamento, una dedizione assoluta all’impresa, che naturalmente coinvolge gli stessi imprenditori.Maqueste confessioni illuminano ulteriormente di una luce sinistra la legislazione italiana sull’immigrazione. Una fenomeno che avrebbe potuto portare non solo nuove braccia, ma anche nuovi saperi e culture all’agricoltura italiana ed è stato invece affrontato come un fenomeno