Recensione
Sergio Caroli, Corriere del Ticino, 22/12/2013

In quelle fiabe una grande forza di civilizzazione

Gli studiosi di folklore e gli storici della letteratura, pur concordando sulla derivazione della fiaba dalla tradizione ora­le e da un universo di micro­storie diffuse millenni or sono in tutto il mondo, trovano diffi­coltà nello spiegarne le origini storiche e l'evoluzione. Jack Zi­pes, professore emerito di Ger­manistica e Letterature com­parate all'Università del Min­nesota, cerca di spiegare - sulla base dei nuovi sviluppi della psicologia evolutiva, dell'an­tropologia culturale, della bio­logia, della scienza cognitiva e della linguistica - i rapporti della fiaba con le scienze socia­li e naturali. L'autore sostiene infatti che solo le fiabe stupide, come quelle di Disney, si con­nettono a valori fortemente conservatori, mentre le vere fiabe sfidano l'establishment. L'analisi socio-politica della tradizione popolare Nessun genere letterario ha af­fascinato il genere umano co­me la fiaba. Tuttavia agli sforzi di spiegarne le origini storiche, l'evoluzione e la diffusione continuano ad opporsi grandi difficoltà. Gli studiosi di folklo­re e i critici letterari concorda­no sulla sua derivazione dalle tradizioni orali e sul fatto che essa sorse da un universo di micro-storie che - diffuse mi­gliaia di anni fa in tutto il mon­do - sono tuttora vive e vitali in mutati contesti storici. Su que­sto tema indaga Jack Zipes, nel volume, ora tradotto dall'ingle­se, La fiaba irresistibile. Storia culturale e sociale di un genere (Donzelli, pp. 269, € 30). Per motivare l'irrefrenabile se­duzione esercitata dalla fiaba, lo studioso, una delle massime autorità viventi in materia, ha cercato di illuminarne le corre­lazioni con le scienze sociali e naturali, allargando l'analisi socio-politica ai racconti po­polari; e ciò sulla base dei nuo­vi sviluppi della psicologia evo­lutiva, dell'antropologia cultu­rale, della biologia, della scien­za cognitiva e della linguistica. Il suo assunto è «tentare di di­mostrare che lo sviluppo stori­co della pratica della narrazio­ne riflette l'impegno che gli es­seri umani di tutto il mondo mettono in campo per adattar­si al loro ambiente naturale». Abbiamo intervistato lo scien­ziato.

Professor Zipes, qual è stato, in estrema sintesi, il significa­to della fiaba all'interno dell'evoluzione culturale?

«Come tutti i racconti brevi - la favola, il mito, la leggenda - la fiaba è un legame che unisce la comunità. Il suo ruolo specifi­co è portare speranza e mo­strare un mondo migliore del nostro, nel quale si possa vive­re, perché nel mondo della fia­ba c'è sempre la giustizia: essa rivela e smaschera le contrad­dizioni del nostro mondo».

Lei scrive che l'evoluzione culturale della fiaba è connes­sa ai processi di civilizzazione che hanno portato alla forma­zione degli Stati nazionali. Può spiegare il nesso?

«Ogni nazione ha creato un certo modo di vivere e deter­minate forme di comporta­mento; in altri termini, dei va­lori, che potremmo definire dominanti. Storicamente essi cambiano ed allora cambia il nostro modo di raccontare le fiabe. Solo le fia­be stupide, come quelle di Di­sney, si connettono a valori fortemente conservatori, men­tre le vere fiabe sfidano l'esta­blishment ».

Lei afferma che le narrazioni orali furono imitate e replica­te come “memi nell'antichità”. Può spiegare il concetto?

«Il concetto fu inizialmente sviluppato da Richard Dawks nel libro The Selfish Gene (1976). Ho adottato il suo con­cetto di meme come informa­zione culturale che ‘aderisce' alla mente e lì rimane, assu­mendo grande rilievo nel no­stro adattamento all'ambiente culturale e naturale. Credo che certe fiabe siano divenute me­mi poiché - meglio degli altri generi - contengono e cristal­lizzano informazioni sullo stu­pro, sull'abuso e l'abbandono dei bambini, sulla rivalità tra fratelli, sullo sfruttamento de­gli altri, sul serial killing e su altri problemi individuali e so­ciali. Le fiabe ci aiutano a compren­dere la nostra realtà divenendo essenziali per la nostra soprav­vivenza. Inoltre sono facili da ricordare anche nelle forme più varie. Quando le fiabe sono prive di significato, non le rite­niamo nella mente. Ne cer­chiamo altre».

Gli scrittori non hanno mai usato il termine fiaba o rac­conto di fate finché Madame Marie-Catherine d'Aulnoy non lo coniò nel 1697, pubbli­cando la sua prima raccolta di storie. A questa scrittrice lei dedica molte pagine. Perché è importante?

«Madame d'Aulnoy e gli altri scrittori di fiabe vissuti durante l'“ancien regime” sono impor­tanti perché, dopo Straparola e Giovan Battista Basile, hanno sviluppato la fiaba letteraria, fondata sulla tradizione orale come elemento indicativo del processo di civilizzazione. Grazie alla D'Aulnoy la fiaba fu accettata da esponenti della classe sociale dominante, an­che se a ispirare l'autrice furo­no pulsioni sovversive».

Perché attribuisce grande im­portanza a “Le piacevoli not­ti” di Francesco Straparola”, novellista cinquecentesco?

«Straparola fu il primo autore in Europa a pubblicare fiabe; 17 in tutto. Egli è divenuto un modello per alcuni autori fran­cesi. Ancor più importante, a mio avviso, è Basile, il meravi­glioso scrittore napoletano, più originale e profondo di Strapa­rola».

Qual è l'importanza di Giu­seppe Pitrè, come raccoglito­re e studioso di fiabe?

«Sarebbe lungo spiegare il si­gnificato storico dell'opera di Pitrè, perché pubblicò tante cose e non solo la raccolta di fiabe e racconti siciliani. Quest' uomo minuscolo di sta­tura, medico e senatore del Re­gno, fu un grande, geniale stu­dioso d'ogni forma di folclore. Il suo lavoro merita grande considerazione: ciò che egli ha fatto per lo studio del folclore vale non solo per l'Europa, ma anche per gli Stati Uniti. Il suo metodo interdisciplinare nel raccogliere le fiabe fu un mo­dello per tutti gli studiosi del folclore nel periodo fra il 1875 e il 1914. Inoltre egli incoraggiò molti studiosi a produrre im­portanti raccolte di racconti e di fiabe».