Recensione
Roberto Carnero, Il Piccolo, 27/12/2012

Guido Crainz e lo sfascio d’Italia «Il progetto per ripartire dov’è?»

Una storia dell’Italia dal dopoguerra a oggi, o, meglio, una storia di come è cambiata la società italiana negli ultimi 60-70 anni. Con il volume “Il paese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi” (Donzelli, pagg. 390, euro 29), Guido Crainz conclude la sua ponderosa trilogia, cominciata con Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni fra anni ’50 e ’60 (Donzelli 1997) e proseguita con “Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta” (Donzelli 2003). Intanto Feltrinelli manda in libreria una nuova edizione (la precedente era uscita da Donzelli nel 2009) di “Autobiografia di una Repubblica. Le radici dell’Italia attuale” (pagg. 246, euro 9). Nato a Udine e docente di Storia contemporanea all’Università di Teramo, già editorialista del “Piccolo”, Guido Crainz è uno dei più importanti storici italiani. «Spesso sentiamo ripetere - afferma lo studioso (che il 15 febbraio presenterà a Trieste “Il paese reale”) - che siamo un Paese apolitico, che gli italiani sono troppo proiettati verso i propri interessi familiari. Eppure c’è stato un momento della nostra storia in cui abbiamo saputo dare prova di grande coesione e senso civico. Parlo degli anni dell’immediato dopoguerra, gli anni della ricostruzione, quando nacque la cosiddetta prima Repubblica e un sistema dei partiti che allora fu fondamentale ».

Professore, quando si sono viste le prime crepe di quell’armonia?

«Le contrapposizioni tra le diverse anime del Paese furono forti molto presto. Tuttavia direi che il sistema dei partiti è entrato in crisi alla fine degli anni Settanta. Dico che la prima Repubblica cadde molto prima di Tangentopoli. Nel 1978 i funerali di Aldo Moro furono i funerali della prima Repubblica. Nello stesso 1978 ci fu segnale importante, il referendum contro il finanziamento pubblico ai partiti, voluto dai Radicali. Due anni dopo, nel 1980, la percentuale dei votanti cominciò a scendere sotto il 90% degli aventi diritto, cosa che non era mai successa dalla nascita della Repubblica in poi. E negli anni a seguire la disaffezione degli Italiani verso la politica sarà destinata a crescere sempre più».

Che cosa è successo dopo?

«Con Bettino Craxi si profila un modo di fare politica basato più sulla figura carismatica del leader che non sulla militanza. Poi arriverà Silvio Berlusconi e il fenomeno sarà ancora più eclatante. La politica entra nello spettacolo e si trasforma in spettacolo. Nel 1987 inizia la trasmissione “Samarcanda”, con la piazza che entra nella tv, ma nello stesso anno parte anche “Biberon”, la prima trasmissione dei comici del Bagaglino, con i politici veri che si mischiano con i loro imitatori: la politica si confonde con la sua rappresentazione farsesca. Quello stesso anno lo slogan elettorale della Democrazia Cristiana è “Forza Italia” e il 1987 si conclude con Adriano Celentano che diventa non più cantante ma guru televisivo. Insomma, lì ci sono tutte le premesse del dopo: gli anni Ottanta sono stati l’incubatrice del nostro presente».

Come spiega l’affermazione di Berlusconi?

«Berlusconi vince le elezioni nel ’94 per una serie di ragioni: raccoglie un diffuso desiderio di cambiamento; esprime la speranza di un nuovo “miracolo italiano”; rappresenta, in negativo, un disprezzo delle regole che su una fetta di italiani esercita un certo appeal. Ciò che stupisce è che sia durato tanto. E qui purtroppo la ragione è una sola: l’inadeguatezza dei suoi avversari».

Il berlusconismo è finito?

«Nel 1994, all’indomani della “discesa in campo” del Cavaliere, Sandro Viola scriveva sulla “Repubblica”: “Quando il governo Berlusconi prima o dopo cadrà, sul Paese non sorgerà un’alba radiosa. Vi stagneranno invece i fumi tossici, i miasmi del degrado politico di questi mesi. E non si riesce assolutamente a vedere chi sarà capace, a quel punto, di intraprendere l’opera di disinquinamento”. Ecco, oggi ci troviamo esattamente a questo punto. L’Italia, dopo vent’anni di berlusconismo, è un Paese peggiore. Ora si tratta di lavorare per una ricostruzione dei fondamenti etici e civili. Per molto tempo ci siamo illusi di avere un ceto politico corrotto e una società civile sana. Ma non era così. Già Pier Paolo Pasolini, quando parlava di “mutazione antropologica”, aveva capito che la corruzione toccava il cuore della società. Il lavoroda fare è molto difficile».

Ma è possibile?

«Bisogna esserne convinti. Le energie per operare un rinnovamento ci sono e nella gente c’è anche un grande desiderio di reagire. Ciò che manca è un progetto capace di aggregare le persone e di mettere in motoil cambiamento».

La sinistra guidata da Bersanisecondo lei ce la può fare?

«Sarò franco: mi sembra che ci vorrebbe altro. Anche dal Pd, a parte le primarie, non c’è stato un autentico scatto di rinnovamento. Servirebbero dei segnali, anche unilaterali. Ad esempio decidere di dimezzare i rimborsi elettorali o gli stipendi dei parlamentari. Non perché così facendo si risanerebbe il bilancio dello Stato, ma perché sarebbe un gesto simbolicamente forte, capace di ridare autorevolezza e credibilità a una classe politica che chiede al popolo enormi sacrifici e poi, però, non è disposta a dare l’esempio in prima persona».