Recensione
Diego Gabutti, Italia Oggi, 22/12/2012

Negli anni di piombo c'erano almeno film migliori

All’epoca, se il cinema era una cosa, la realtà non era esattamente un’altra, ed è possibile che in ciò che rimane del radicalismo politico la confusione continui. Con una differenza: ai tempi, tra il 1968 e gli anni poi detti di piombo, c’erano in giro film migliori, da Sam Peckinpah a Don Siegel, dai polar francesi al kung fu; e persino il marxismo esoterico e un po’ squadrista dei militanti era meglio, o se non altro romanzesco, del grillismo e del vendolismo d’oggidì (per non parlare dei centoni domenicali d’Eugenio Scalfari). Bella e strana antologia delle «critiche» dei film che apparivano sulla stampa goscista negli anni tra l’autunno caldo, la strage di Piazza Fontana e l’insorgere del terrorismo, assaggio del vecchio Sillabo ultrasinistro, Sbatti Bellocchio in sesta pagina. Il cinema nei giornali della sinistra extraparlamentare 1968-76, a cura di Steve Della Casa e Paolo Manera, Donzelli 2012, pp. 228. 18 euro, ricorda un po’ le scene iniziali di Jurassic Park, quando i due scienziati, prima di finire inseguiti da dinosauri vivi, vegeti e affamatissimi nell’isola dei cloni, disseppelliscono vecchie ossa di dinosauro nel deserto. Non sembrano cioè passati quarant’anni dall’epoca in cui questi discorsi insensati su Hollywood e sull’imperialismo yankee, sui film che manipolano e addormentano le masse e su quelli che invece le «educano» alla «lotta», erano un normalissimo modo di vedere le cose (magari un po’ pretesco, e non sempre, anzi quasi mai, rispettabile) Sembra roba successa in un’altra età nel mondo (praticamente La guerra del Fuoco di Jean-Jacques Annaud o il Signore degli Anelli di Peter Jackson) oppure su un altro pianeta (Alien, o Prometheus, di Ridley Scott). Erano tempi in cui sembrava non soltanto giusto ma persino naturale e financo logico travestire da pomposa e tarocca «coscienza di classe» l’onesto principio di piacere che spingeva gli studenti (allo stesso tempo irriducibili consumatori di cinema e rivoluzionari senza se e senza ma) a frequentare le sale cinematografiche. Valeva per il cinema, del resto, come per tutto il resto: per l’amore e la ginnastica, per il sesso, per le canzonette, per le ricette di cucina. Niente piaceva e basta. Non c’era diritto all’alienazione. Tutti a premettere, prima d’andare al cinema, o di mettere su un disco, o d’aprire un libro giallo: non lo fo per piacer mio. Oratorio purissimo. Ma in primis c’era un’idea tutta cinematografica della realtà: la lingua di questi articoli è la stessa lingua gessosa e retorica delle voci fuori campo dei film. Voci che credono in quel che commentano (un noir di Friz Lang, la lotta di classe) e prendono sul serio le favole cui fanno da didascalia (un musical con Fred Astaire, la voce disincarnata e un po’ horror del Cristo di Don Camillo, la perfidia del capitale). Fosse stato almeno il risultato di un’indottrinamento da fumetto, o d’un lavaggio del cervello da film estremo, tipo Arancia meccanica. No, il goscismo degli anni settanta era autodidatta, e al delirio ideologico s’era educato da sé. Al delirio ideologico e all’umorismo involontario. Come quando uno di questi fogli ultrà, La vecchia talpa, negli anni di «pagherete caro, pagherete tutto» e delle Brigate rosse, se la prende con la scazzottata finale tra John Wayne e Victor McLaglen in Un uomo tranquillo di John Ford: troppa violenza.