Recensione
Gianluca Scroccu, L'Unione Sarda, 27/12/2012

Crisi nazionale: l’incapacità di rinnovarsi

Per “superare la grave crisi, economica ma anche politica e sociale, che sta attraversando l’Italia può essere utile anche un esame impietoso del percorso che ci ha portati sin qui”. Con queste parole Guido Crainz conclude il suo bel volume “Il paese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi” (Donzelli, pp. 396, € 29) con il quale lo storico dell’Università di Teramo ha terminato la trilogia dedicata all’Italia repubblicana. Un’opera che è diventata un punto di riferimento per gli studiosi e che in quest’ultimo capitolo si confronta con l’ultimo trentennio della storia repubblicana. L’analisi si concentra a partire dagli anni Ottanta. È questo il periodo in cui, secondo Crainz, il mercato e i media hanno progressivamente sostituito gli attori istituzionali che sino ad allora avevano governato il Paese, cui si devono sommare le subculture politiche come quella cattolica e comunista e le varie organizzazioni che si erano sviluppate attorno ad esse. Tutto questo impianto sarebbe stato scardinato da un nuovo modo di interpretare la realtà sempre più estraneo ai vecchi modelli e in grado di plasmare desideri e aspettative degli italiani. I cambiamenti di quel decennio, che Crainz descrive alternando i documenti d’archivio con le fonti a stampa e i riferimenti ad opere letterarie e cinematografiche e alle riflessioni di giornalisti e scrittori, furono il preambolo della grande crisi verticale degli anni Novanta, quando si sgretolò il sistema dei partiti del dopoguerra. Il fallimento delle grandi ipotesi riformatrici degli anni ’60 e ’70, già palesato dopo l’assassinio di Moro dall’esito del referendum sul finanziamento ai partiti del 1978 e dall’aumento delle astensioni alle elezioni politiche del 1979, con l’esplodere di Tangentopoli e la fine della Guerra Fredda avrebbe rivelato l’inadeguatezza di un sistema come quello dei partiti incapace di autoriformarsi. Gli anni ’90 e l’ascesa al governo di Berlusconi hanno rappresentato la grande occasione perduta della sinistra, incapace di presentare un profilo di vero rinnovamento a partire dal recupero della dimensione pedagogica dei partiti nei precedenti decenni repubblicani. Un obiettivo necessario per delineare una dimensione collettiva per quel ceto medio allargato che si era affermato nella società ma faticava a trovare nei partiti la rappresentanza delle proprie istanze. Una classe politica sempre più prigioniera della personalizzazione e della mancata distinzione tra la sfera pubblica e la tutela dei propri interessi privati. Il fallimento del sogno populista berlusconiano e le divisioni di un centro-sinistra incapace di dare una prospettiva e una coesione alla sua azione riformatrice hanno così certificato una sfiducia sempre più ampia dell’elettorato. Un elemento cresciuto alla fine del primo decennio del nuovo secolo facendo emergere, come sottolinea Crainz nella sua analisi sino alla crisi del novembre 2011 che ha portato al varo del governo Monti, tutto il disincanto verso un sistema politico sempre più inadeguato.