Recensione
Bruno Gravagnuolo, L'Unità, 09/12/2012

Un nuovo spettro si aggira nel mondo: il Bene-comunismo

C’È UN PARADOSSO NELLA GLOBALIZZAZIONE CAPITALISTICA che tutto travolge nel segno dell’individualismo proprietario. Unparadosso che è una sorta di contraccolpo: la riscoperta e la messa in valore dei «beni comuni», che sono altra cosa dalla messa in comune degli spazi del consumo privato. Più quei beni sono erosi e minacciati, e più nasce l’urgenza di preservarli e di usarli, come leva di un’altra economia, via via che il capitalismo finanziario si avvita su se stesso. Ecco, Filosofia dei beni comunidi Laura Pennacchi (Donzelli, pp. 184, Euro 17), studiosa di economia e scienze sociali, sottosegretaria con Ciampi e Prodi, è un libro analitico, pensato dentro questo paradosso. Con l’obiettivo di spiegarlo. Per poi desumerne un’antropologia filosofica, a base di un’etica e di un’economia alternative. Diamo per scontato il paradosso di cui sopra, e andiamo al cuore del problema posto da Laura Pennacchi: che cosa sono intanto questi «beni comuni»? Natura certo, ecosistemi, acqua, mare, fonti energetiche. Biosfera e risorse non reintegrabili, bio-diversità. Ma non è tutto qui. Beni comuni sono anche le istituzioni. Il capitale sociale, la conoscenza, le norme. E gli spazi simbolici della vita pubblica: aree artistiche e aree di transito. Insomma, i beni comuni sono nient’altro che il valore condiviso, o condivisibile, del «comune». Valore del «munus cum», come senso di una dotazione condivisa. Dunque bene comune - non meramente statale o privato regolato - è prima di tutto una dimensione di senso: è lo spazio potenziale delle relazioni simboliche dentro le quali si forma la soggettività. La persona stessa. Dunque, per fruire del bene comune e dei beni comuni occorre saper percepire il «comune» e la sua «primarietà». Per capire come e quanto sia astratto e impossibile (mistificante) l’homo economicus liberale e liberista. E perché al contempo un vero individuo sia sempre relazionale, sempre costituito ab origine dalla relazione intima con l’Altro. Ne deriva che quella relazione può essere fusionale - comunitaria e autoritaria- gerarchica, ineguale o alienata. O viceversa ri-conoscente l’altro. Desiderante insieme all’altro, in un rispecchiamento reciproco ed equilibrato. Ebbene nell’individuo sociale, nel «soggetto» si gioca la partita del potere, e quella della liberazione dal dominio. Lo sanno persino i liberal-contrattualisti - fa notare Pennacchi- quando alla base del patto originario che legherebbe gli individui (da Hobbes a Locke a Rawls) pongono riflessività e obbligazione razionale reciproca. Ma nella prospettiva di Pennacchi si va oltre il «comune», così come è inteso anche dai migliori liberali (i progressisti alla Rawls). Per cogliere il comune come co-appartenenza liberata, e condivisione simpatetica e civica (e anche partitica », perché no?). Che vada al di là delle obbligazioni giuridiche, e divenga «sentimento» del bene comune. Comunitarismo e statalismo? No, perché in Pennacchi resta il conflitto, e una giusta dose di ineguaglianza (purché messa a servizio degli «ineguali»). Ma soprattutto perché il comune è una sensazione orizzontale e con-vissuta. E solo a questa condizione lo si può mettere a frutto, oltre a riscoprirlo come beneficio dell’ecosfera, e limite al titanismo economico e politico. Di qui nasce l’idea - sulle ceneri di finanza e consumo distruttivo - di un’altra eco-nomia: green economy, cura, sistemi formativi, spazi urbani, salute (in fondo cose analoghe le disse Claudio Napoleoni). E si potrebbe aggiungere, al catalogo dei beni comuni, il «lavoro» stesso, risorsa scarsa oggi, eppur necessaria a fare di un individuo una persona: la persona-lavoro. Ma il tema è più che implicito in questo libro. Perché tra lavoro di domani e beni comuni il nesso è evidente.