Recensione
Valeria Viganò, L'Unità, 14/12/2012

Tornano i "Nomi" dell'universo femminile

NELLA SVENDITA ATTUALE DELLA LETTERATURA, NELLA CATENA DI MONTAGGIO DELLE GRANDI LIBRERIE,NEL MODESTO ACCONTENTARSI DEI LETTORI A LIBRI PRIVI DI SPESSORE,NELLA SCOMPARSA DI TESTI MERAVIGLIOSI MAI PIÙ STAMPATI,c’è una splendida eccezione che Donzelli ripropone a distanza di 25 anni. Nomi di Nadia Fusini appare, dissepolto dalla orribile dimenticanza del presente, come un testo imprescindibile e fondamentale, che non mostra segni del tempo, al punto da poter essere considerato un classico sulla letteratura. Ma Nomi è molto di più di una riflessione teorica sulla scrittura, è un pensiero profondissimo che non contempla soltanto il mestiere di scrivere, perché mostra quanto la vita e l’opera di uno scrittore siano inscindibili e continuamente nutrienti l’una per l’altra, quanto il mondo personale e le vicende di quel mondo si specchino in romanzi e poesie di livello altissimo. Fusini segue un percorso che si sposta di nome in nome e che ha come paesaggio la letteratura femminile. Lungo il sentiero incontra e lì vi fa sosta, otto scrittrici e tre poetesse: Virginia Woolf, Emily e Charlotte Bronte, Karen Blixen, Marguerite Yourcenar, Mary Shelley, Getrude Stein, e Emily Dickinson, Elisabeth Bishop e Marianne Moore. Ne manca una, che nella prima pubblicazione non c’era, e che oggi arricchisce ancora di più la nuova edizione: Anna Maria Ortese. È facile capire che siamo nel Gotha dell’eccellenza. In ogni grande nome, Fusini entra con passione, precisione e competenza che mai si contrappongono, anzi si armonizzano, è una guida che ci conduce molto sotto la superficie dell’immediato, fino a penetrare nei meandri più sottili della creazione letteraria e della personalità di chi scrive. Non sceglie la via cronologica, ma l’aderenza che si crea tra donna e donna, tra scrittrice e scrittrice, parafrasando nella struttura un romanzo di Woolf, a lei ben noto e da lei tradotto: Leonde. Come, in LeOnde, ci sono corsivi eleganti e fluttuanti che scandiscono il moto del tempo, anche in Nomi ci sono corsivi che legano le eccelse figure narrate, in modo da non chiudere un discorso e aprirne un altro, ma traghettare dall’una e l’altra, fornendo un transito plausibile, un pensiero circolare, una connessione di analogie e opposti che è la vera differenza tra ragionamento femminile e maschile, nel modo in cui analizzano e offrono l’analisi di un sapere. Non solo, l’introduzione di Fusini a Nomi è impreziosita di pagine nuove nella ripubblicazione, perché l’autrice dilata il discorso già fatto in due modi: sottolinea la rivoluzione del romanzo operata nel ‘900, non solo compiuta da donne ma che nelle donne ha avuto espressione massima e amplifica l’attenzione sul ritmo, sul suono che rimarrebbe apparentemente in silenzio nella parola scritta. Eppure, e concordo pienamente con Fusini, esiste una voce segreta che è suono interiore, gong dell’anima. «Ogni lettura dovrebbe affacciare il lettore alla voce segreta che gli è di fronte: lì, disvelata nell’evidenza dei segni, racchiusa nel ritmo del loro stesso presentarsi », scrive Fusini, ben conscia del mistero che avvolge la scrittura. Nelle meravigliose parole delle scrittrici di cui parla, cerca allora assonanze, sospensioni, tracce segrete che conducano a uno svelamento di significato, insegna che esiste una doppia lettura, perché una non basta e sarebbe solo piacere effimero. Ce n’è una più profonda che scuote e rivela. Facendo propria la celebre frase di Kafka, citata anche da Ingeborg Bachmann in Letteratura come Utopia, «Un libro dev’essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi», Fusini non si accontenta di contemplare e restituire la bellezza di un romanzo o di una poesia e di chi li ha scritti; con strumenti più femminili di un’ascia per rompere il ghiaccio, usa scandaglio e luce, perlustra accuratamente le rive, scopre le venature della trasparenza. Ortese o Woolf, Dickinson o Bishop, e via via tutte le altre, formano in Nomi una genealogia femminile, una eredità cospicua che non si può colpevolmente disperdere nemmeno in tempi evasivi e un tantino ignoranti come i nostri. Non ci sono scuse per non leggerlo e rileggerlo