Recensione
Stefano Giani, Il Giornale, 19/12/2012

Le parole incrovciate di undici scrittrici

Undici scrittrici. Voci narranti. Mondi nascosti. Animi chiusi, fatti di sogno e poesia. Fatti di gioia e malinconia. Penne creative. Melodie tristi. Amare sfumature del linguaggio. Karen Blixen. Emily Dickinson. Charlotte ed Emily Bronte. Mary Shelley. Marguerite Yourcenar. Elizabeth Bishop. Gertrude Stein. Marianne Moore. Ma soprattutto Anna Maria Ortese. Detta anche Anna O. O semplicemente Anna. O perfino Mana, come lei stessa si ribattezzò, anagrammando la sua anagrafe. "Nomi" (Donzelli, pp. 298, euro 19,50) è un libro dedicato alle donne in letteratura e a chi ama leggere le donne. L'universo femminile. L'altra metà del cielo nero su bianco. E Anna Maria Ortese che, di tutte le donne studiate da Nadia Fusini, è il denominatore comune. In ognuna di quelle scrittrici c'è un tocco della Ortese. Nei vertiginosi ed ellittici versi della Dickinson. Nel ritmo della prosa di Virginia Woolf. Nell'immaginazione esaltata e febbrile delle sorelle Bronte. Il vibrato fiabesco in Karen Blixen. L'amore per i luoghi remoti in Marianne Moore. La Ortese insomma intreccia con loro un dialogo sommesso. Sottovoce. Sussurrato. Ma presente. E forte. In ogni autrice c'è un po' della Ortese che, nelle sue pagine, ha mostrato come la vita sia un capolavoro inafferrabile nel suo libro più apprezzato "Corpo celeste". Anna Maria Ortese è un modo di descrivere la vita. Pennellarla con le parole. Distribuire suggestioni. La struggente Ortese del "Cardillo". E la magica Ortese del "Porto di Toledo", un libro reinventato sulle ceneri di un altro libro. La Ortese che fa rivivere parole già scritte. Parole già pronunciate. E in un certo senso sta addirittura reinventando se stessa. Facendo rinascere se stessa come ha plasmato, sempre per se stessa, nomi diversi fino ad arrivare a quell'Anna senza, con il quale è stata anche capace di firmarsi in più di qualche occasione. Ma occorre notare che "Nomi" non è un libro sulla scrittrice romana, benché essa attraversi anche i capitoli dedicati a tante altre autrici. Benché alcune di esse siano cronologicamente venute prima ma l'autrice si sforzi di riconoscere in fieri tracce che solo nelle pagine della Ortese sarebbero state più sfolgoranti e splendenti. La natura. La naturalezza. La naturalità sono la cifra di una Karen Blixen che sa libri impolverati e di pellicole fruscianti nelle sale fumose dei cinema di ieri. Su grandi schermi dove vengono proiettate le immagini di un'Africa cattiva che la geografia, anche antropologica, fatica a riconoscere.