Recensione
Sara Antonelli, L'Unità, 03/11/2012

L'America del cuore

Alessandro Portelli ha insegnato Letteratura nord-americana per quasi quaranta anni. Dal 1973 all'Università di Siena e poi, dal 1979, all'Università di Roma «La Sapienza», ha formato centinaia di studenti e studiosi in una disciplina che, proprio negli anni Settanta andava diffondendosi in molti dei nostri atenei. Ha scritto libri importanti per la disciplina (Il testo e la voce, del 1992, e America profonda, del 2011) e non solo (L'ordine è stato eseguito, del 1999), e con Bruno Cartosio, uno storico tra i maggiori degli Usa contemporanei, nel 1994 ha fondato Ácoma, rivista italiana di studi nord-americani. Dal primo novembre 2012, Portelli - che nel frattempo si è affermato sia in Italia sia all'estero come americanista, storico orale e studioso di cultura popolare - è in pensione. Oggi lo incontriamo per ripercorrere la sua esperienza nell'università italiana e il suo cammino di studioso, e per conoscere i suoi progetti. Quando ha iniziato a insegnare quali erano i motivi per cui gli studenti sceglievano di laurearsi in Letteratura nord-americana? «Più o meno gli stessi per cui ho cominciato io: la passione per una cultura da cui ci veniva la musica, il cinema, molti dei libri che leggevamo. Spesso anche un interessamento verso i movimenti: per me sono stati i diritti civili e il Vietnam, per altri erano la controcultura, per tantissimi la cultura afroamericana. Tanti di questi ragazzi imbevuti di passioni americane erano poi duramente critici verso il ruolo internazionale degli Stati Uniti e (anche a volte con stereotipi e schematismi) dell'immagine della democrazia americana. Spesso mi è toccato di cercare di dissolvere pregiudizi antiamericani, salvo poi sentirmi dare dell'antiamericano perché non mi piaceva il napalm o le bombe a frammentazione». Che studente è stato lei, quando ha iniziato a studiare la letteratura degli Usa? Per me poi contavano soprattutto due cose: la musica (prima il rock and roll, poi la musica popolare e la canzone di protesta) e il modello morale dei movimenti afroamericani. Anche se leggevo molto, non avevo un particolare interesse per la letteratura. Io mi ero laureato a malincuore in legge, poi il '68 mi ha rispedito all'università; volevo studiare storia del movimento operaio americano e folklore degli Stati Uniti, e siccome questo non esisteva allora, la cosa più vicina era letteratura americana, anzi inglese. Poi la letteratura mi ha preso, anche grazie a un insegnante come Agostino Lombardo, e mi è servita per ragionare a modo mio sulle narrazioni di cui è fatta la storia orale. Devo moltissimo anche a Giorgio Raimondo Cardona, Aldo Natoli, Diego Carpitella e Beniamino Placido, che l'università non ha saputo accogliere. Come le appare oggi l'approccio dei nostri studenti alla cultura statunitense? A me sembra che, complice il mutato clima politico e la guerra in Iraq e Afghanistan, ai loro occhi gli Usa non siano poi così affascinanti come lo erano prima. «Rispetto agli Stati Uniti, è come dici tu: chi ha vent'anni oggi, ha visto l'America sempre in guerra; e molta della musica, del cinema e della letteratura gli viene da altre fonti. La popular culture americana ha talmente imbevuto il nostro immaginario che non c'è più bisogno degli Stati Uniti per avere l'America il rock viene dall'Inghilterra, i romanzi gialli dalla Svezia, il western dall'Italia%% Su un altro piano, ricordo un'altra epifania: guardare gli studenti e pensare, questi sono nati quindici anni dopo che si sono sciolti i Beatles%% Cioè, quella che per me, generazione Elvis Presley, è una cosa venuta dopo , per loro è già storia antica. Non è solo distanza generazionale, è anche la grande frammentazione culturale che vivono, aggravata dalla frammentazione dei percorsi di studio, di moduli didattici di breve durata, scelti non in base a un progetto di formazione ma per il numero di crediti con cui cambiare le ore di lezione %% Adesso è molto difficile avere un rapporto di lunga durata e di conoscenza reciproca con gli studenti, e questo mi è mancato». Tra qualche giorno gli americani eleggeranno il loro nuovo presidente? Che bilancio fa del primo mandato di Barack Obama? «Non sono successe tutte le cose che speravamo, che aveva promesso, come chiudere Guantanamo. Lo ha frenato la sua, anche meritoria, ossessione per il dialogo e le scelte condivise: ha cercato sempre l'accordo con una destra che invece l'accordo non lo voleva e spostava sempre più indietro l'asse del compromesso. Ma devo aggiungere che fin dall'inizio Obama ha detto che quello che avrebbe fatto dipendeva anche da quello che avremmo fatto noi; e invece i movimenti che lo hanno portato all'elezione non si sono poi espressi nella società, un po' per l'evanescenza di ogni movimento soprattutto virtuale, e un po' per una specie di delega carismatica l'abbiamo eletto, adesso faccia lui. Non è un caso che ha ripreso vigore dopo Occupy. Nel suo ultimo libro, Desiderio di altri mondi compone un suo ritratto attraverso gli articoli che ha scritto dal 1966 a oggi. Perché la parola «desiderio» nel titolo? Gli «altri mondi» sono anche in Italia? «Dico desiderio forse perché mi resta quel tanto di utopismo che mi veniva prima dalla fantascienza e poi dal comunismo. Abbiamo fatto tanta fatica a liberarci del mito dell'Unione Sovietica perché serviva a dire che un altro mondo non solo era possibile, ma anzi c'era già; e poi l'abbiamo proiettato su altre cose, magari la Cina o il Portogallo dei garofani. Invece dobbiamo abituarci a pensarlo come un orizzonte, che magari si allontana ogni volta, come il finale de Il grande Gatsby, ma verso il quale dobbiamo continuare a muoverci, e a reinventarlo in continuazione. Quanto all'Italia, non lo so; ma siccome è qui che vivo, spero proprio o meglio, desidero molto - che qualcosa ci sia». Oggi, guardando indietro alla sua storia di studioso e di scrittore, le pare che il suo percorso intellettuale formi un disegno coerente oppure le appare frammentato, aperto? «Se dovessi pensare a un asse di tutto il discorso, forse direi il rapporto fra forme culturali e rapporti sociali, che mi pare un po' generico ma anche pieno di possibilità. Mi sono sempre mosso su quelle che Leslie Marmon Silko, la grande scrittrice nativa americana, chiama le cuciture : il luogo dove la letteratura incontra l'antropologia, l'antropologia incontra la storia, la storia incontra la musica, la musicai incontra la politica%% Borderlands, direbbe Gloria Anzaldúa, territori di confine. Con il risultato che ne so sempre di meno degli specialisti, degli antropologi veri, dei letterati veri, degli storici e dei musicisti veri, e quindi sono sempre in una posizione di apprendistato, che a suo modo ti tiene sempre sulle spine. Mi veniva in mente il verso di Bruce Springsteen, stay hungry, stay alive continua ad aver fame, in questo caso di conoscenza e visioni, e resta vivo. Lei è un americanista, ma anche uno storico e anche uno studioso di culture popolari, e di musica e di movimento operaio... Quanto spazio occupa oggi la cultura americana nella sua vita di studioso? «Ho la sensazione di avere concluso un ciclo, con il libro sui minatori di Harlan County che mi ha preso trent'anni, e sono come in attesa che nasca un'altra passione. Sto riordinando le mie registrazioni di musica popolare americana, in vista di fare una serie di CD con un libro, nella collana curata dal Circolo Gianni Bosio. Nel frattempo mi sta capitando sempre più spesso di andare in Brasile e fare progetti con realtà di lì, soprattutto sulla storia orale. La prima cosa che ho intenzione di fare, adesso che sono in pensione, è mettermi a studiare il portoghese».