Recensione
Marco Vallora, La Stampa, 04/12/2012

Chagall, il flauto è magico qual piuma al vento

Come assistere ad un mozartiano Flauto Magico «storico», restando pigramente seduti in poltrona, senza musica, è vero (ma si potrebbe sempre sintonizzarsi su un’edizione musicale preferita ed incominciare a sfogliare il volume come se si fosse a teatro, ad apertura di sipario).Un Flauto Magico storico, s’è detto, andato in scena del 1967 al Metropolitan di New York.Uno spettacolo chiacchierato e assai popolare, ma poco memorizzato nella storia dell’interpretazione, con un direttore austriaco di rilievo, come Joseph Krips, un cast fiammante, che si avvale di Nicolai Gedda, di Lucia Popp, come regale Regina della Notte, e di un brillante giovane Hermann Prey quali Papageno, ma soprattutto di uno scenografo di lusso, come Marc Chagall, artista assai amato in America, soprattutto per i due inconfondibili murali, che decorano le hall del grande complesso teatrale del Lincoln Center. L’originale iniziativa dell’editore Donzelli è di concentrare in un unico volume, che esce oggi, tutta questa colorata ed entusiastica avventura americana e musicale di Chagall, lasciando che gl’inchiostrati bozzetti del pittore russo, i suoi danzanti costumi e i radi riferimenti ad una scenografia (che non voleva essere una scenografia tradizionale, solida, perimetrata e plastica) «colino» e s’insinuino e decorino, come in un’antica miniatura aggiornata all’epoca molecolare, le pagine «tecniche», che riguardano appunto il Flauto: libretto (in italiano e tedesco), annotazioni filologiche e saggistiche, musicale, a proposito di questo curioso collage d’imprestiti favolistici. Non a caso il volume, inconsuetamente, si apre con Lulu o il flauto magico, la favola originaria romantica, che ha ispirato il curioso librettista di Mozart, impresario, cantante (e primo interprete di Pappageno) il faccendiere massone Schickaneder, che propose al compositore, da musicare, per il suo appartato teatrino viennese, questa stravagante favola iniziatica. Che poi avrebbe cambiato improvvisamente di segno e di visione morale, con ribaltamento del ruolo stesso dei personaggi (la Regina della Notte che si rivela perfida maga e Sarastro, il «cattivo», che si rivela uomo saggio e probo) dopo l’imprestito della fiaba Lulu di August Jacob Liebeskind. Figura rilevante del mondo romantico e di recupero della favolistica popolare, collaboratore del filosofo Herder e genero di Wieland. Favola investita, in un secondo momento, di fondamentali messaggi iniziatico-massonici e d’una nuova visione illuministica della libertà. Di tutto questo Chagall non sembra voler tener conto (con grande dispetto dei filologi mozartiani) trasportando l’originaria cornice egizia e misterico-orientale, in una sorta di eden vaporoso e tutto chagalliano, in cui a dominare sono le sue figure riconoscibilissime di violinisti volanti, di donne-serpente, di vecchi viandanti, sul tetto della musica. Del resto, come il volume curato da Camilla Miglio, ben documenta, l’esperienza di Chagall con la scenografia di Mozart non va disgiunta dall’altra sua esperienza americana, dei due murali sempre per il Metropolitan, uno dedicato alle Fonti della Musica, l’altro al Trionfo della Musica, con la figura centrale e bifronte di Davide - Orfeo, che riesce a comunicare con gli animali e attira attorno a sé come un vortice atomico dei personaggi significativi. Da Wagner a Verdi, dalla Carmen di Bizet alla musica russa, che Chagall ha ben accompagnato nella sua esistenza nomade, collaborando con uno dei grandi scenografi dei Ballets Russesdi Diaghilev, Léon Bakst, e portando in scena Daphnis et Cloe di Ravel ed «illustrando» l’ Uccello di Fuoco di Stravinsky. Che rimarrà uno dei punti cardinali del suo universo musicale. Ma quello che si produce nelle scenografie del Flauto o nei due murali, non è più lo Chagall folgorante e visionario dei suoi esordi ebraico-russi, che si occupava del teatro yiddish, mettendo in scena i racconti grotteschi di Aleichem. È ormai uno Chagall più stanco, e criticato, che si limita a «illustrare» in modo molto compiaciuto e un poco seriale, le immagini bibliche e fiabesche russe, che molti critici ritengono rischiosamente slavate e prive di mordente. Chagall stesso, che rivela di considerare Mozart un artista toccato dalla divinità e degno del confronto unico con la Bibbia, si spazientisce con chi gli chiede insistentemente di rivelare il senso di alcuni suoi messaggi cifrati e ripetitivi, che possono risultare in parte misteriosi ed evasivi. Nella sua poetica e divertente autobiografia, La mia vita, scritta nel 1922, già osservava: «Che alla gente piaccia sciogliere l’enigma dei miei quadri seguendo le ingenue avventure dei miei parenti e che ne sia sollevata, per me è indifferente. Mi interessa davvero poco! Miei cari concittadini, servitevi pure!». Così, nel caso dei murali, pescando dentro il proprio passato, accetta, probabilmente a malincuore, ma è troppo disponibile di carattere per rifiutarsi, di congegnare una sorta di repertorio-didascalia numerata di «enigmi» da decifrare e di personaggi da illuminare,