Recensione
Sergio Caroli, Giornale di Brescia, 28/11/2012

La tentazione della propaganda

L’intera superficie della terra - scriveva nel 1873 Samuel Morse a proposito del telegrafo e degli Stati Uniti - sarà solcata da quei nervi che hanno il compito di diffondere, alla velocità del pensiero, laconoscenzadi tutto quello che accade in tutto il territorio, cosa che trasformerà l’intero paese in un unico grande villaggio. Morse non lo sapeva, ma stava già immaginando, ben prima di internet, l’idea di una «rete» in grado di connettereil pianeta come «villaggio globale». Alla ricostruzione della nascita e dell’evoluzione del sistema dei media - dall’avvento della stampa di massa alla radio, dal cinema alla rappresentazione visuale meccanica sino al 1945, anno in cui in Inghilterra la Bbc riprende le trasmissioni televisive regolari,mentre in Italia si ricostruisce la rete radiofonica - è dedicato il corposo e documentato saggio «Le parole e le figure. Storia dei media in Italia dall’età liberale alla seconda guerra mondiale» (Donzelli editore, 371 pp., 22 u), che ragiona sul tema in continuo confronto con i modelli internazionali. Ne parliamo con l’autore,Andrea Sangiovanni, ricercatore di Storia contemporanea all’Università di Teramo.

Professore,perché nella nascita della stampa di massa sono importanti i nomi di William Randolph Hearst e Joseph Pulitzer?

A loro si devono le intuizioni che hanno fatto la fortuna di due quotidiani fondamentali pubblicati a NewYork - il «Morning Journal» e il «New York World» - nel lungo processo che ha portato alla costruzione di una opinione pubblica dimassa.Sia Pulitzer che Hearst hanno individuato con precisione quel nesso fra «evento» e «pubblico» che trasforma un fatto in una notizia. Ma l’importanza dei due quotidiani va anche oltre: sulle pagine del World nascono nel 1895 i fumetti, con il personaggio di Yellow Kid disegnato da Outcalt.

Perché è importante il fumetto?

Perché consente ai due quotidiani di intercettare un pubblico di lettori non abituali, di rivolgersi cioè alla vasta platea dei lettori di recente immigrazione che si specchiavano nelle tavole di Outcalt ambientate nei sobborghi cittadini e popolate da personaggi che gli somigliavano tremendamente, perfino nella parlata piena di incertezze ed errori.

Quando nasce in Italia l’uso pubblicitario del manifesto e quali ne sono i caratteri originari?

In Italia arriva piuttosto tardi: il primo ad essere ricordato è una locandina del 1863 che promuove una rappresentazione del «Faust» di Gounod. La caratteristica dei manifesti è la loro capacità di «ridisegnare» la topografia mentale delle città di fine Ottocento. Era in atto una profonda trasformazione della stratificazione sociale e si assisteva all’arrivo di nuovi consumi: non a caso, fra le prime serie di manifesti italiani vi sono quelli che pubblicizzano l’«abito fatto» dei Magazzini Mele di Napoli, che suggeriscono al pubblico borghese la possibilità di elevarsi socialmente attraverso un abito elegante ma economico.Il manifesto pubblicitario intercetta quindi aspirazioni e suggerisce desideri: una tecnica che verrà poi sfruttata dalla propaganda.

Mussolini definì il cinema «l’arma più forte », ma lei sottolinea come recenti studi mettano a fuoco esiti diversi.

In effetti, gli studi sul cinema fascista hanno messo in luce come le pellicole esplicitamente propagandistiche siano state tutto sommato poche e non abbiano sempre raggiunto il successo che ci si aspettava: questo non significa certo sottovalutare l’importanza della propaganda svolta attraverso la cinematografia, che sin dai primi anni Venti il regime fascista aveva demandato all’Istituto Luce, ma piuttosto indicare come i mezzi di comunicazione di massa seguano percorsi autonomi, anche nei regimi totalitari. Da questo punto di vista è importante ricordare che l’attenzione che il regime riservò al cinema, dall’istituzione del Centro Sperimentale di cinematografia a quella di Cinecittà al festival di Venezia, ha permesso di educare la generazione di cineasti che avrebbero dato vita ad una delle stagioni più gloriose del cinema italiano e non solo, il neorealismo. Nel1945 Mario Scelba, sulle pagine del«Popolo », il quotidiano della Dc, scrisse: «che la radio non diventi strumento di partito o di partiti, nemmeno di quelli che stanno al governo; nulla deve essere detto che possa offendere le condizioni civile politiche e religiose del popolo».

Erano i mesi in cui, uscendo dalla guerra, l’Italia cercava di darsi nuove regole facendo propria l’idea del «broadcasting» come servizio pubblico, sull’esempio di quanto già faceva la Bbc e di ciò che era accaduto durante la breve ma esaltante stagione delle «radio libere» nel Regno del Sud. In realtà, quella posizione di principio sarà contraddetta dai fatti e la radio, come negli anni successivi la televisione, non riuscirà mai a liberarsi dal controllo politico: proprio in quegli stessi mesi,infatti, lo scrittore Corrado Alvaro si sarebbe dimesso dall’incarico di direttore del giornale radio, accettato poco tempo prima, proprio a causa delle ingerenze che il potere politico esercitava in contrasto con la libertà di informazione e di espressione. La lunga storia di una Rai sottoposta all’ingerenza, se non al controllo, dei partiti, iniziava allora e, come ci dicono le cronache, non è ancora finita.