Recensione
Elena Loewenthal, La Stampa, 17/11/2012

I treni verso il lager che non si volle vedere

"Ecco, direi che sono proprio i treni merci il riflesso scatenante , quello che mi fa più impressione , perché...ancora adesso....vedere un vagone merci, tanto più enrare in un vagone merci mi dà un effetto violento di....rievocatorio insomma", spiega Primo Levi in un'intervista, quattro anni prima di morire. Se i campi di sterminio e le fosse comuni erano il volto più o meno nascosto della Shoah, luoghi deputati alla morte e in quanto tali circoscritti, quasi isolati dal resto, l'Europa di quegli anni vide con i propri occhi milioni di persone passare lungo i binari di una strada ferrata che la attraversava in lungo e in largo , perché era fatta per comunicare. Non per portare al macello. I convogli merci sono il volto più evidente, quasi sfacciato di uno sterminio di cui nessuno può dire: non sapevo, come avrei fatto a sapere. Perché quei treni carichi di umanità passavano per i paesi, sostavano alle stazioni o in mezzo alla campagna, venivano riempiti o svuotati di vite. Come era possibile ignorarli? Eppure così è stato. Ed è una storia talmente terribile che non c'è modo di racocntarla: sfugge, non è descrivibile, sta fuori d'ogni capacità di comprensione. Ci ha provato Carlo Greppi in L'ultimo treno. Racocnti di viaggio verso il lager (Donzelli, con una traduzione di David Bidussa). Greppi è dottorando di storia contemporanea presso l'Università di Torino, e il libro è fondato su una grande mole di materiale documentario, oltre che su una sensibilità profonda e sofferta. Ma di fatto anche qui , fra queste pagine, il viaggio dei deportati sfugge: ne sentiamo il racconto, quasi li guardiamo negli occhi, di tanto in tanto. Ma ancora una volta, alla testimonianza di coloro che sono tornati sfugge inevitabilmente il destino di morte che accomunava quel carico umano: è la zona grigia del tornare, del non esperire Auschwitz fino in fondo, fin dentro le camere a gas. "Tra gli obiettivi che i sopravvissuti si sono posti nel riportare alla luce le loro storie, c'è innanzi tutto la costruzione di una memoria pubblica consapevole delle deportazioni dell'Italia", scrive Greppi. Forse è così, forse la memoria è solo un bisogno o una sofferenza o tutte e due le cose insieme. Ma è certo che anche qui la ricostruzione storica arranca, passa fra il prima e il dopo, non riesce a entrare in quei carri merci e mostrarci l'inferno. Perché è molto semplicemente inenarrabile. Greppi offre peraltro al lettore una accurata ricostruzione delle deportazioni dal nostro Paese, dà voce ai testimoni. Forse un minor numero di citazioni "esterne" ed epigrafi avrebbe giovato, sono troppe e la ridondanza svuota. Ma al di là di questo vizio di forma, il libro rappresenta un approccio interessante a quegli anni, e proprio il fatto che la trattazione sia circoscritta all'Italia ( come luogo di partenza, ovviamente: la descrizione è sempre lontana , è sempre lo sterminio) dà conto di un passato che non sempre si è disposti ad ammettere, da queste parti.