Recensione
Angelo Mastrandrea, Il Manifesto, 18/11/2012

Preferire, in ogni caso, la parola: anche subalterna o ambigua

●●●Scrive Alessandro Portelli che, «in un’occasione di svolta personale e di lavoro» quali possono essere un importante anniversario e l’ultima lezione accademica, aveva deciso di compiere una sorta di inventario dei luoghi geografici e sociali, linguistici e ideali attraversati, e delle persone incontrate lungo una strada che, come quelle highways americane che attraversando boschi e deserti spostano sempre un po’ più in là le frontiere geografiche e dell’immaginario, collega il Grande Gatsby agli operai di Danzica, iminatori di Harlan ai cassintegrati- pellegrini della Santissima Trinità di Vallepietra. Carmine Donzelli se n’è accorto e lo ha convinto a trasformare il suo intento privato in un libro. Desiderio d’altri mondi (Donzelli editore, pp. 324, € 22,00) è perciò un esercizio di recupero della memoria da parte dell’autore attraverso quarant’anni di reportage, inchieste, polemiche, commenti sui giornali, in particolare quello che è stato il suo punto di riferimento politico ancor più che editoriale: il manifesto.Non un’antologia personale ma una sorta di autobiografia politica e intellettuale, in cui si intrecciano le passioni e i bersagli polemici di un autore eclettico come pochi altri nel panorama culturale italiano: gli Stati Uniti, un paese nato da una rivoluzione e che ora delle rivoluzioni ha paura; Terni, «una delle poche città dove c’è ancora la grande fabbrica dentro il tessuto urbano», come spiega un lavoratore della Thyssen Krupp durante una manifestazione davanti a Palazzo Chigi transennata da poliziotti che, funzionari di una inesistente dogana ideologica, chiedono a chi vuole partecipare se sono manifestanti o semplici simpatizzanti, impedendo l’accesso a questi ultimi; la fantascienza come passione adolescenziale e capacità di immaginare altri mondi; la classe operaia con le sue virtù e contraddizioni, mai assolutizzata e sempre scomposta nei mille rivoli delle storie individuali; la cultura orale e la musica – da Bruce Springsteen ai rapper del ghetto di Los Angeles, fino ai canti popolari del centro-sud – come strumenti di autorappresentazione delle classi subalterne. Le chiavi di lettura di una raccolta di articoli e scritti vari che copre l’arco di un quarantennio sono per forza di cose plurime, come plurimi sono gli argomenti trattati. A tenerli insieme è un sotterraneo filo conduttore che emerge a tratti e nella sua manifestazione più visibile assume le sembianze di una domanda: «Esiste ancora una presenza critica e una comunicazione alternativa o autonoma o specifica del mondo popolare e proletario? Se le classi subalterne dovessero prima o poi decidersi a esprimere una forma di protesta sociale, quali linguaggi avrebbero a disposizione, da quali strumenti potrebbero partire?». Se si prova a rileggere l’intera opera di Portelli alla luce di queste interrogazioni, formulate in un seminario del ’95 sulla poesia ‘a braccio’ svoltosi ad Artena in provincia di Latina, si riesce – a mio parere - a mettere a fuoco la molla ideale che sottende il suo lavoro: la volontà di portare alla luce – non solo conservare – la memoria delle culture non egemoni, ben sapendo che è sulla comunicazione che si gioca la partita, fondamentale, dell’egemonia. Da qui la rivendicazione di una riappropriazione pubblica e flessibile della poesia – il fabbro ferraio, il contadino, il pastore devono recitare Dante o cantare liberamente, senza paura di storpiare le fonti originarie – e il «possedere la parola per far rumore nel mondo (come sosteneva l’ex schiavo Frederick Douglass), per dichiarare una presenza». Infine, la preoccupazione per il «silenzio operaio», espressa in un articolo sulla rivolta polacca risalente agli inizi degli anni ottanta e che oggi suona profetica: «Se non sappiamo far parlare questi silenzi, finiremo per far pagare la liberazione dai miti con un cinismo, una sofisticazione, un inaridimento che saranno, questi sì, una nostra ferita». È per questo motivo che Portelli ha sempre preferito la parola, anche subalterna e ambigua, al silenzio foriero di sventure, attirandosi a volte delle critiche come quando se ne andò a intervistare gli operai cassintegrati dell’ex Snia Viscosa in pellegrinaggio a un santuario attirandosi gli strali dei «compagni antropologi» che gli rimproverarono di non aver distinto, marxianamente, tra la classe in sé e la classe per sé. Ma a lui, ironizza, «parevano sempre le stesse persone». Il Portelli «americano», largamente presente in questa raccolta, non abbandona questa traccia di fondo. Cos’altro è la demolizione, spietata e informata, dell’american way of life e dell’ideologia dell’«eccezionalismo» americano che provoca «guerre di frustrazione» – «la frustrazione di chi non conosce vie di mezzo fra senso di onnipotenza e senso di impotenza " – se non un tentativo di tirar fuori dal cono d’ombra l’altra America, che non sta fuori e contro il resto dell’America ma invece è «dentro» e l’ha «dentro di sé»? Cos’altro sono la critica radicale alla democrazia occidentale e ai suoi valori liberali – «non è ancora passato per la mente a nessuno di chiedere agli esponenti delle culture ‘diverse’ cosa ne pensano della nostra», «provino, i cantori dell’Occidente, ad essere un giamaicano nella patria di John Locke, e ne riparleremo » – se non il mostrare la contraddizione di un «Terzo mondo interno» che nessuno vedrà davvero finché sarà vivida l’illusione di un «Occidente immaginario che sta al posto del capitalismo reale», e che produce strutturalmente povertà e ignoranza e non quella possibilità di riscatto che al contrario promette? Furono vittime di un’illusione anche gli operai italiani che ebbero il mito del socialismo reale e i loro colleghi polacchi che veneravano la Madonna nera. La molla, in buona sostanza, era sempre la stessa: «L’ostinata difesa della speranza che esista o possa esistere qualcosa di diverso dall’esistente». Per tornare a desiderare altri mondi e provare a risanare quella «nostra ferita» che è stato l’89, è l’implicito messaggio che Portelli lancia da oltre quarant’anni, è necessario ritrovare un «minimo garantito di irrealtà» e parole proprie, ancor prima che giuste.