Recensione
Viola Papetti, Il Manifesto, 18/11/2012

La figlia del Sole più Nomi

●●Nadia e Nadia… ma quale Nadia preferire? Quella ardente e sofisticata di Nomi o la recente autrice di una commossa e caritatevole biografia di Katherine Mansfield? In cui per raccontare quel drammatico groviglio di vita e scrittura inaugura una nuova forma biografica, un dialogo appassionato tra due fratelli, uguali e dissimili, Zoe e Franny, nomi rubati a Salinger per assicurarci che saranno ottimi dialettici. Fatti e interpretazioni, pro e contro, luci e ombre, alla fine risulteranno naturalmente integrati nel volto martoriato di KM. La ragazza Zoe, inquisitiva, irrequieta, sempre in partenza, e il ragazzo (o un adulto?) Franny, che si condanna all’immobilità, uno scrittore che non scrive, un esiliato volontario che medita sulla struttura classica della narrazione. Con la voce di Franny, Nadia Fusini apre e chiude La figlia del sole Vita ardente di Katherine Mansfield (Mondadori, pp. 185, € 18,00), biografia dialogata che nella forma, se non nella conclusione, si distanzia dalla indimenticata Vita breve di Katherine Mansfield di Pietro Citati (1980). Altre drammatiche figure di scrittori, portatori di vita e morte «allegoriche », sono evocati come numi tutelari della resurrezione dell’elfica KM. Keats e Woolf sono le presenze più frequenti, visionari compagni di viaggio, citati e fatti coincidere sui temi brucianti della breve esistenza di KM. Rispondono alle stesse domande che lei si pone: perché si scrive, perché non si è fedeli in amore, che cos’è la creatività, perché l’io è diviso e irresponsabile. ««Fedele a me stessa! Quale me stessa? Quale delle molte (sì, davvero, così appaiono da vicino) centinaia di me stessa? Per cui fra complessi e repressioni e reazioni e vibrazioni e riflessi, ci sono momenti in cui sento di non esser altro che il piccolo impiegato di un albergo senza proprietario il quale impiega tutto il suo tempo a trascrivere nomi e a consegnare chiavi»» (Appunti). Nadia Fusini si preoccupa per i suoi lettori e li cura con affetto, e precorre quelle domande che vorrebbe le fossero fatte. Attraverso i due fratelli, la loro gentilezza, la loro disponibilità distribuisce le risposte e le semplifica. (Impossibile a questo punto evitare il ricordo del forte legame di KM con il fratello Leslie Heron «Chummie » Beauchamp, morto nella prima guerra mondiale, che le compare in sogno offrendole delle bacche: «Sono il mio corpo – le dice –. Sorella, prendile e mangiale »). KM, ventenne, ha sprecato tempo prezioso «a commettere adulterio o a comprarsi cappellini nuovi». Lei è una laica dell’amore, prende spesso fuoco ma non dura. «Io sono tutto per lui – scrive a proposito di John Middleton Murry – fuorché una cosa riposante e gradevole». Oppure un innamoramento improvviso: «Questa tenerezza, questo desiderio. Questo sentimento di aspettare qualche cosa. Che cos’è? Vieni! Vieni!». Difficile capirla per i due fratelli che non hanno nulla in comune con le coppie gemellari del romanzo modernista, e sono solo amabili aporie del discorso di Nadia Fusini. Però sanno molto sulla natura dello scrittore. «E ho l’idea che si scrive perché non si è di casa nel mondo – dice Franney –, e penso che tale esperienza riguardi in particolare le donne, il che significa che chi scrive si appoggia a quella parte, alla parte femminile della propria natura. Per me è così e non ho vergogna a dirlo…». Come Virginia, KM patisce l’intensità bruciante dell’epifania. Ma è citata anche per lei la chora di derridiana memoria: prima di lasciare per sempre la Nuova Zelanda è tornata a quell’ombelico originario, a quell’isola di Wellington che per lei costituisce «quello che il poeta Bonnefoy chiama ‘l’arrière-pays’… quei luoghi ove riscontriamo la nostra condizione di passanti che mai e poi mai torneranno a una radice, se non come a un’immagine. Sto parlando di un’esposizione mentale, che serve ad Artuad come a KM per costruire lo sfondo del mondo che inventano… uno scrigno di immagini indimenticabili »». I punti chiave della intricata esistenza diKM ci sono stati lucidamente spiegati. E alla fine si giunge con pena e pietà all’agonia finale alla mercé di quel padre sadico e sapiente Gurdjieff che ebbe l’avvertenza di affidare l’inferma alla cura delle donne «quasi a ricostruire intorno a lei quel territorio ancestrale dell’amore tra donne cheKM ha sempre a suo modo tortuosamente ricercato». Nadia Fusini ha il grande merito di aver riportato in primo piano questa costante antropologica, l’ancestrale amore tra donne, un bene misconosciuto ma prezioso – tanto più prezioso quando purtroppo a volte viene amancare. Questa intelligenza particolare le ha ispirato il piccolo classico della letteratura femminista italiana, il suo Nomi, che uscì nel 1986 ed è ora ristampato in una nuova edizione, con l’aggiunta della «voce» di Ortese, Bishop, Moore (Donzelli, pp. 298, € 19,50). «Si sono dati e si daranno vari nomi alla virtù femminile: ritegno, pudore, abnegazione, umiltà… È vero: una differenza tra la donna e l’uomo è senz’altro che la donna non è educata ad assaltare a ‘viso aperto’, e deve o ha dovuto perciò assumere spesso una posa di ‘finta riverenza’, come a volte fa ancora nel parlare con l’uomo, per proteggersi»». Grazie a Nadia per aver detto questa piccola verità nascosta sotto tante storie di umiliazione