Recensione
Oreste Pivetta, L'Unità, 18/11/2012

Un paese sconfitto dal degrado

I PARTITI SONO MACCHINE DI POTERE E DI CLIENTELA... SCARSA O MISTIFICATA È LA LORO CONOSCENZA DELLA VITA E DEI PROBLEMI DELLA SOCIETÀ, DELLA GENTE… I partiti sono federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un boss e dei sotto boss e hanno occupato lo stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo… hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli ospedali, le università, la Rai… La questione morale nell’Italia di oggi fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi… Sono parole pronunciate da Enrico Berlinguer, nel corso di un’intervista al direttore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Sono vecchie, ormai archiviate, eppure sintetizzano la qualità del nostro presente (se non per l’ostinata rivendicazione di una alterità dei comunisti italiani da parte del loro segretario, rivendicazione che a questo punto suonerebbe, a molti forse, infondata e che allora rappresentò l’ostinata affermazione di un «dover essere» da parte di un uomo la cui onestà, la cui serietà, il cui rigore puritano lo rendevano «straniero in patria», come lo giudicò Francesco Alberoni). Dal giorno di quest’intervista trent’anni sono passati (trentuno per l’esattezza), trent’anni venduti da Craxi e poi da Berlusconi come anni di gaia spensieratezza (dalla «Milano da bere» a «meno tasse per tutti»), trent’anni che, messi in fila, appaiono tormentati e sono semplicemente orribili, anni di un Paese in declino e che pare immutabile nella sua inclinazione al peggio. Salvo, non dimentichiamolo, la parentesi del governo Prodi, quando almeno i conti vennero riaggiustati, salvo alcune grandi battaglie di civiltà come quella combattuta dalla Cgil in difesa dell’articolo 18, salvo l’emergere periodico di un universo di sentimenti, un universo ai margini animato nel segno della critica e della rivolta, della combattività e della passione civile. Ho tratto le parole di Berlinguer da una citazione nell’ultimo libro di Guido Crainz, storico cheì insegna all’università di Teramo: dopo l’Italia della ricostruzione postbellica (descritta ne L’Italia del miracolo economico), dopo quella tra anni Sessanta e anni Ottanta, delle riforme e dei movimenti, del terrorismo e della crisi dei partiti (Il Paese mancato), Crainz ci racconta l’ultimo trentennio fino al nostro presente (IlPaese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi), alla caduta di Berlusconi e all’investitura di Monti. Crainz scrive in conclusione di un’Italia disillusa e corrotta, senza più legge né desiderio, senza una identità, vittima di un impaurito ripiegamento individuale e del serpeggiante rancore di strati sociali che si riscoprono marginali, un Paese i cui giovani sono colpiti dalla disoccupazione, dall’incertezza, dall’esclusione, un Paese in cui sono aumentati a dismisura coloro che non studiano, che non lavorano e che un lavoro neppure lo cercano, piegati dalla rassegnazione… un Paese preda di un disperato qualunquismo… Nelle ultimissime righe, Crainz volonterosamente riconosce che un altro verso esiste, un altro fronte si manifesta, varie anime e volontà che compongono il paesaggio di una società che ancora si ribella, che preme per il cambiamento: ampi settori di una elite economica, borghesia intellettuale, cittadini attivi e competenti che invocano una politica migliore, giovani che non rifiutano l’impegno civile. Maggioranze o minoranze? Chissà… le elezioni non sono sufficienti a misurarle. Certo è che le energie per avviare un’inversione di tendenza non mancano, purtroppo non è ancora riconoscibile il progetto capace di metterle in moto e di farle interagire. È difficile non condividere, potendo noi andare oltre, nei tempi appunto della cronaca quotidiana, di fronte ai balbettamenti della sinistra, all’estrema difficoltà di imporre un ragionamento di possibili contenuti comuni, di fronte a quei pronunciamenti, che corrispondono a un bisogno di visibilità, al bisogno di un gesto che certifichi l’esistenza in vita, più che alla necessità di costruire qualcosa che assomigli a quel progetto di fronte all’irruzione sulla scena politica di gruppi ispirati dall’antipolitica – e semplifichiamo, ovviamente - più che dalla responsabilità democratica di immaginare un futuro, garantendo anche un governo e un programma di governo alle prese per giunta con una destra, prigioniera di una politica «privatistica», ferma nella determinazione di difendere se stessa. Ripercorrendo questi trent’anni, la sequenza è nota e impressiona: gli scandali della politica, ben prima di Tangentopoli, l’assassinio di Moro, la solidarietà democratica, l’eclissi delle «due chiese» (la definizione fu di don Gianni Baget Bozzo), cioè della Dc e del Pci, gli ultimi impresentabili governi democristiani, la vantata e presunta governabilità di Craxi, il trionfo di una Italia modaiola, l’esplosione del debito pubblico, il dilagare della criminalità organizzata e delle connivenze politiche, la crisi dell’industria e del lavoro operaio, l’imporsi di una società dell’informatica, la fine della Prima Repubblica, il separatismo leghista: sono solo alcune voci di quel lungo elenco delle ragioni di un degrado nazionale che trova la sua esaltazione nel ventennio, o quasi, berlusconiano, degrado economico, culturale, morale al culmine di una mutazione antropologica (in un rovesciamento di valori verso l’individualismo, l’egoismo, l’indifferenza di fronte alle «questioni» nazionali) e di tendenze profonde che Berlusconi aveva saputo interpretare, come non avevano saputo la politica e la sinistra. Guido Crainz è uno storico tra i più bravi, che sa ragionare e raccontare avvalendosi di tante fonti: i documenti ufficiali, ovviamente,maanche i giornali (quanta ipocrisia nel cuore dell’indignazione stampata) e poi il cinema, la televisione, i testi delle canzoni, la pubblicità. Crainz coglie gli stati profondi della condizione umana, gli andirivieni della politica ma anche della cultura, di un costume, di una mentalità, rivelandoci quanto difficile sarà l’opera di ricostruzione. Vale a dire quanto sarebbe necessaria una buona alleanza per governare, ma quanto non sarebbe sufficiente senza un’autentica matura partecipazione intessuta di passione ideale e tensione morale: troppe le macerie attorno a noi. Una osservazione ancora, a proposito di macerie: il racconto di Crainz si apre, o quasi, con la Fiat, la lotta contro i licenziamenti, la marcia dei quarantamila, in quei memorabili giorni dell’ottobre 1980, che segnarono un punto di svolta nella storia politica e industriale di questo Paese, ma non concede neppure un cenno a Marchionne, il manager che al suo arrivo conquistò destra e sinistra e che si sta rivelando interprete in perfetta continuità con i Romiti d’allora dello spirito di rivincita di una certa borghesia italiana, che gode di buona stampa e che sceglie lui dopo Berlusconi e che pretende ancora d’affrontare una crisi comprimendo diritti e salari, smantellando il sistema sociale europeo, costruito nel dopoguerra, imponendoci un rimedio spacciato per nuovo e che sa invece d’antico, molto d’antico.