Recensione
Vito Antonio Leuzzi, La Gazzetta del Mezzogiorno, 03/11/2012

Di Vittorio e i migranti sulle strade del lavoro

All’emigrazione interna in particolare allo spostamento dei lavoratori stagionali da una provincia all’altra della Puglia, fenomeno che provocava frequentemente conflitti tra contadini è legata una delle prime riflessione pubbliche di Giuseppe Di Vittorio, figura tra le più alte e significative della storia sindacale e politica italiana del Novecento. Documento di questa straordinaria capacità di tutela dei diritti e di difesa della dignità umana è una lettera che Di Vittorio inviò nel 1914 al «Corriere delle Puglie» per smentire l’accusa rivolta ai braccianti di Cerignola di aver provocato scontri con lavoratori forestieri e per denunciare il ruolo provocatorio dei potentati politici locali. La riflessione sul tema dell’emigrazione divenne centrale a partire dagli anni dell’esilio, provocato dalla dura repressione fascista, come si evidenzia in un recente volume che raccoglie una molteplicità di suoi articoli nel corso dell’emigrazione politica in Francia e nella fase della ricostruzione democratica post-bellica: Giuseppe Di Vittorio. Le strade del lavoro. Scritti sulle migrazioni, a cura di Michele Colucci (Donzelli ed., pagg. 199, euro 24,00). La consapevolezza dello «scontro fratricida» e la necessità di mantenere l’unità tra i lavoratori si legava all’esigenza di formazione e sindacalizzazione, che costituiva un passaggio obbligato anche per l’integrazione nella società ospitante. Nell’interessante saggio introduttivo, Colucci si concentra in particolare sulla «Voce degli italiani», il quotidiano dell’opposizione antifascista d’oltralpe - sorto nel luglio del 1937 - che sotto la guida di Di Vittorio caratterizzò per più di due anni sino al 1939 il dibattito sull’emigrazione italiana, avvalendosi di inchieste, interviste esclusive raccolte in diversi luoghi della Francia. Condizioni di lavoro, vertenze con i datori di lavoro, organizzazione sindacale e rapporti con i sindacati francesi furono alcuni temi di fondo del quotidiano molto attento a fornire indicazioni pratiche ed a documentare l’effettiva condizione economica sociale degli italiani immigrati. «Tra le righe della “Voce ” - sostiene Colucci - si intravede quell’approccio ai fenomeni migratori che in Di Vittorio diventerà una costante dopo la seconda guerra mondiale». L’esule pugliese prestò molta attenzione alla tutela sociale ed alla protezione sindacale, impegnandosi strenuamente nelle battaglia per l’approvazione in Francia dello Statuto giuridico degli immigrati e per il riconoscimento del diritto d’asilo ai rifugiati. Fu, inoltre, uno dei primi a denunciare la politiche razziste del fascismo e la persecuzione contro gli ebrei in due articoli, «Fascismo ed antisemitismo » pubblicati nel settembre 1938 analizzando lucidamente le caratteristiche del totalitarismo fascista; s’intensificarono, inoltre articoli sull’emigrazione e sulle politiche del riarmo e sui venti di guerra che soffiavano sull’E u ro p a . Ma «La voce degli italiani» fu costretta nell’estate del 1939 a sospendere le pubblicazioni per effetto della politica repressiva del governo francese provocato dall’accordo Ribbentrop-Molotov (ministri degli esteri della Germania nazista e dell’Unione Sovietica). Furono arrestati e internati diversi collaboratori del quotidiano diretto dall’esule pugliese, tra cui la giovane Anita Contini, che sarà la sua seconda moglie dopo essere rimasto vedovo di Carolina Morra, e la figlia Baldina, entrambe rinchiuse nel campo di concentramento femminile di Rieucros al confine con i Pirenei, dove erano state deportate anche ebree di diverse nazionalità. L’arresto di Di Vittorio avvenne agli inizi del ’41 da parte della Gestapo che lo affidò alle autorità italiane, spedendolo prima nel carcere di Lucera e poi nell’isola confinaria di Ventotene. Nel dopoguerra il padre della Cgil riprese con forza la battaglia a favore degli emigrati che, dopo il disastro della guerra voluta dal fascismo, cercarono condizioni di vita migliore, nei paesi europei e nelle Americhe. In un lucido intervento sul «l’Unità» del gennaio 1947, differenziandosi da una parte della sinistra che considerava l’emigrazione «una sconfitta a priori del movimento operaio», Di Vittorio sostenne la necessità di costruire una politica dell’emigrazione, insistendo però su dei principi irrinunciabili, in particolare sulla tutela dei diritti. Egli infatti affermò che non si doveva consentire «nessuna emigrazione in quei paesi che non danno garanzie sufficienti agli emigranti anche se in cambio prospettano scambi vantaggiosi per l’Italia»