Recensione
Diego Gabutti, Italia Oggi, 10/11/2012

Il Cav si scusa di non aver combinato nulla di buono

on sembra vero d’aver vissuto nell’Italia da melodramma che Guido Crainz, storico dell’attualità e temerario ricognitore dei suoi labirinti, racconta nel suo ultimo libro, fresco di stampa: Il paese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi, Donzelli, pp. 390, 29,00 euro. Crainz la racconta da sinistra, utilizzando per lo più le opinioni degli opinion maker di cui condivide le convinzioni e anche un po’, senza offesa, le idee fi sse. Nel suo libro ci sono forse troppe riforme di struttura mancate, c’è troppo anticraxismo, ci sono troppi giudizi un po’ così sulla «gestione durissima dell’ordine pubblico» da parte dei governi democristiani degli anni di piombo, troppe responsabilità collettive (salvo che del Pci e della sinistra di sangue blu) nella diffusione a piaga biblica della corruzione e del fi nanziamento illecito dei partiti come nella rapida e brutale espansione di mafia a,’ndrangheta, camorra nelle istituzioni pubbliche, giù al sud come su al nord del paese. Crainz vede progressisti dove ci sono conservatori, e non rinuncia volentieri alle superstizioni identitarie di cui il paese negli anni Ottanta si sbarazza, salvo pentirsene e poi pentirsi d’essersene pentito. Ma intanto l’Italia di quegli anni è proprio quella che Craiz racconta nei particolari, componendone con pazienza il puzzle. E se per un istante (mentre il paese evolveva verso forme di convivenza sempre più sgangherate e più plebee e la società politica cambiava in peggio, quindi ancora in peggio, toccando il fondo e scendendo poi ancora più in basso) a qualcuno è capitato e capita di rimpiangere la sobrietà della prima repubblica e le virtù della vecchia politica, be’, dovrebbe leggere Guido Crainz per capire che, se il futuro di questo paese non promette niente di buono, il passato è anche peggio. Sono stati gli anni Ottanta (che promettevano la modernizzazione del paese e che, senza ammodernare alcunché, hanno portato il debito pubblico a sfi orare quota apocalisse) a preparare gli orrori sociologici degli anni Novanta e quelli della prima decade del nuovo millennio. Prigionieri del debito, pronti a tutto pur di non esserne travolti, gl’italiani si sono affi dati a tutti i possibili Messia, uno più tarocco dell’altro: i capitribù padani con le loro campagne elettorali a grugniti e pernacchie, i tesorieri di partito, i magistrati che agitavano le manette nell’aria assicurando di voler rivoltare l’Italia come un calzino e che subito passavano all’incasso creando gruppuscoli inneggianti ai patiboli, i talk show, i fascisti convertiti alle buone opere, i rifondatori del comunismo, Emilio Fede, Michele Santoro, il confl itto d’interessi, l’eterna sinistra di destra italiana, quindi le prime avvisaglie del grillismo a venire. Per non parlare di Lui, caro lei. Perchè gl’italiani, nelle due ultime decadi, hanno sperato soprattutto nel Cavaliere, il più improbabile e imbrillantinato dei Messia, nella cui ombra è andata in onda una Canzonissima che (oggi un bunga bunga, domani il «trenino» forsennato dello spread) è durata vent’anni (e ancora non è detto, meglio non farsi illusioni, che quella che stiamo ascoltando sia davvero la sigla fi nale). Berlusconi, che oggi si scusa per non essere riuscito a combinare nulla di buono, mentre un’opposizione altrettanto se non persino più inetta ancora non si scusa di niente ma prima o poi dovrà pur decidersi, ha governato un sistema politico che è lentamente scivolato nell’irrealtà mentre nel paese reale il fi sco diventava una potenza cannibale, la mafia passava dal pizzo alle stragi, i pensionati pesavano come un incubo sulle casse pubbliche e sulle generazioni future, i «vu cumprà » diventavano immigrati, i governi (Prodi come il Cav) si coprivano di ridicolo, la Fiat emigrava in America, la disoccupazione cresceva e in politica non c’erano più gentiluomini, se mai ce n’erano stati. Crainz racconta tutta la storia nei dettagli, dicevamo, e la racconta nel solo modo possibile: con passione, vale a dire schierandosi, oltre che con competenza. Cioè la racconta senza tralasciare nulla, nemmeno le proprie opinioni. Perché non è semplicemente possibile raccontare la storia (mentre è ancora in svolgimento e nessuno sa dove stia andando a parare) sospendendo il giudizio. Sono proprio le opinioni e le interpretazioni di chi la vive come di chi la racconta a dare una forma coerente, per quanto opinabile e temporanea, alla storia ancora in atto; una barriera contro il caos, uno scongiuro contro l’entropia.