Recensione
Carla Poesio, Liber, 01/09/2012

Guardare le figure in nuova edizione

Due le introduzioni di Faeti al suo libro: una scritta per la prima edizione einaudiana del 1972 e un’altra apposta alla ristampa presso l’editore Donzelli nel 2011. L’autore apre la prima spiegando al lettore il perché della sua adozione della parola figurinai che, stando al vocabolario, designano “ venditori ambulanti di figurine e simili”. Indica perciò l’ambito editoriale in cui essi erano attivi, l’appartenenza a una classe sociale lontana da quella dell’ufficialità pittorica e descrive fonti a cui essi attingono. Si tratta di una imagerie cara al popolo, fatta di stampe in cui l’immagine occupava il posto essenziale,l fiancheggiata da testi di narrativa soprattutto fiabistica, consigli di vario genere, eventi religiosi, cronache di lunga risonanza secondo una tradizione fiorentissima in Francia, Inghilterra, Germania, Italia, databile tra il 1500 e il 1800, un ambito in cui abbondavano gli echi e i sapori di una genuina cultura popolare. Quanto all’introduzione del 2011, il suo contenuto non si presenta come posteriore all’altra nel tempo, in quanto si propone di dire come e in che circostanze è nato il suo libro. In una lettera che mi ha scritto nel febbraio 2012, Faeti parla di una mostra di suoi quadri che recuperava l’arte popolare, svoltasi nel 1968 con catalogo di Gianni Celati, a cui seguirono molte domande come queste (cito la lettera): “Ma chi erano davvero questi illustratori? Perché erano così trascurati? Quale era davvero l’antropologia culturale in cui erano immersi? Quale il loro immaginario?...Ho voluto usare la nuova introduzione per raccontare da dove era scaturito Guardare le figure e perché lo avevo scritto in quel modo.” Un confronto fra le due introduzioni aiuta i fortunati che lessero il libro nel 1972, e gli altrettanto fortunati che 40 anni dopo se lo ritrovano a portata di mano, a capire in pieno la profondità della ricerca esauriente compiuta dall’autore dal 1968 al 1972. Nei 12 capitoli del libro si coglie un architettura compositiva che propone, attorno ai vari figurinai, scenografie esaurienti di carattere storico, politico, sociale, culturale, artistico. Il lettore trova e gusta notizie, riferimenti, ipotesi, confronti, citazioni, asserzioni personalissime in una prosa fluida, ricca, vivace, che ti fa dire: il saggista intinge la penna nell’inchiostro del romanziere. Già di per sé i titolo dei capitoli incuriosiscono o suggestionano i lettori . Si vedano, a esempio, il primo e il secondo: “I visionari del granduca” e “Il vernacolo meraviglioso” che incorniciano Mozzanti e Chiostri in una città privata del ruolo di capitale , una Firenze che reagì col tentativo di esercitare un nuovo dominio, quello culturale, soprattutto attraverso case editrici, da Barbera a Paggi, da Bemporad a Salani, con fisionomie e programmi brevemente ma accuratamente delineati. Accanto agli editori si stagliano figure di scrittori con personalità , vena narrativa, aspirazioni diverse e per ognuno di loro Faeti indica le varie motivazioni cui legarono a sé questo o quel figulinaio, come Collodi e, in seguito, Capuana a Mozzanti e Tommaso Catani a un Chiostri che , dopo le illustrazioni per Le avventure di Pinocchio, non si stancò di tracciare, nell’ambito degli animali parlanti caro a Catani, una lunghissima epopea visiva per le 12 parti in cui è diviso Marchino: avventure di un asino. Un altro tipo di costruzione si ha ne terzo capitolo: “Storia di Franti e infanzia di Gaetano Bresci”. Un ritratto dell’Italia umbertina fa qui da sostanzioso background al Cuore di De Amicis, per la cui prima edizione vediamo come l’editore Treves sceglie ben tre illustratori: Ferraguti, Nardi e Sartorio, ognuno con un suo preciso spazio di interpretazione figurativa. Se in apertura di capitolo Faeti riporta le parole con cui Umberto Eco aveva interpretato l’infame che sorrise, cioè come “il maieuta di una diversa società possibile”, in chiusura fa capire l’intenzione del suo titolo: quella di dare in Franti, col suo riso ideologico e freddo da oppositore, una prefigurazione di Gaetano Bresci. Un capitolo del tutto diverso è il quarto, dedicato agli illustratori salgariani. Interessante la notazione in apertura che rileva , presso gli autori di feuilleton e di intrecci avventurosi dell’epoca, la richiesta di un sostanzioso apporto di illustratori per “completare” il loro lavoro. Il ritmo del loro intreccio rischiava di essere rallentato dalle descrizioni troppo lunghe e minuziose, interrompendo così lo stato di attesa e di tensione del lettore. Nel caso di Salgari colpisce la coerenza e l’adesione che unisce la pagina scritta all’immagine, evidente nel più famoso del gruppo compatto dei suoi illustratori: Pipein Gamba. La versatilità d’impianto e di temi dei vari capitoli si nota ancora nel settimo, “Beardsley spiegato ai bambini” , con una precisa inquadratura nel mondo dell’arte e il liberty che influenza molte immagini di libri per ragazzi. Spicca tra i loro creatori Antonio Rubino, poeta e illustratore , uno dei maggiori artefici del Corrierino dei Piccoli. Insieme a Il Giornalino della Domenica – che nel capitolo ottavo appare come “Il giornalino di Padre Pistelli” – dà modo a Faeti di sottolineare l’importanza dell’illustrazione in riviste e giornali, anche quelli per adulti come La tradotta, L’asino, Numero, le pagine dell’Avanti, dove operarono noti caricaturisti, creatori di pagine famose anche nelle pubblicazioni per i ragazzi. Proprio il Corrierino appare l’epicentro di nomi illustri , primo fra tutti Attilio Mussino. Oltre alla fama di innovatore della iconografia delle Avventure di Pinocchio, egli ha anche quella di scrittore dei versi che corredavano le sue pagine del giornale. Creatore di personaggi indimenticabili come Bilbolbul, aprì un percorso felicemente seguito da Carlo Bisi, creatore di Sor Pampurio, e da Bruno Angoletta che dette vita a Marmittone e a Centerbe Ermete. Bisi e Angoletta sono inquadrati nel capitolo decimo intitolato “il deforme quotidiano” che “ si colora dei toni della Storia”, giacché disegna un’epoca ( dal 1926 in poi) in cui i due figurinai riproposero “la povera quotidianità censurata e repressa dai retori in fez”. Altro è in questo ambito l’atteggiamento di Sergio Tofano, il popolarissimo Sto. Il suo Bonaventura, altro grande eroe del Corrierino, mostra un ottimismo paradossale in cui Faeti rinviene la fisionomia di un sogno assolutamente contrario alla realtà quotidiana, che proprio per questo appare più squallida e deforme. Ai confini di questo territorio si colloca Gustavo Rosso (Gustavano) che trovò la sua espressione più completa nel mondo della fiaba. Si ispirò a Gustave Doré e dal nome di lui scelse di derivare la sua firma Gustavano. Non a caso Faeti intitola l’ultimo capitolo “II sorriso del cuoco Trol” alludendo alla magnifica immagine che Gustavano creò per L’Enciclopedia per ragazzi, edita da Mondatori, che accompagnava una favoletta in rima di Arrigo Boito. Giovani e non più giovani lettori, quanti leggono o rileggono oggi le pagine di Guardare le figure si troveranno accomunati dall’asserzione che si tratta di un livre de chevet, non solo perché il suo autore ha trattato un ambito trascurato con profondità irripetibile di ricercatore e di critico, ma anche con una partecipazione, fortemente sentita, imparziale e personale, sinceramente affettuosa per i suoi figurinai: una partecipazione di mente e di cuore.