Recensione
Clotilde Bertoni, Il Manifesto, 19/08/2012

Un incunabolo del d'Artagnan

Macchinazioni misteriose, riunioni clandestine, travestimenti, delazioni, sotterfugi: il fascino smisurato degli intrighi concreti nutre a dismisura gli intrighi narrativi, soprattutto nell’Ottocento, che esalta al massimo sia la tensione dell’iniziativa a imbrigliare la realtà in vasti progetti, sia quella della fantasia a orchestrarla in ampie vicende. Non sorprende dunque che uno tra gli autori più rappresentativi dell’epoca, furiosamente bistrattato e tenacemente immortale, Dumas, dia avvio alla sua più grande produzione romanzesca, e al suo tormentato sodalizio con il collaboratore/ghostwriter Auguste Maquet, con la storia di una cospirazione, Il cavaliere d’Harmental: opera che ha appunto in un dramma di Maquet il suo primo germe, che esce sul Siècle e poi in volume nel 1841-’42, e che viene ora proposta al pubblico italiano da Donzelli, nell’edizione curata da Claude Schopp (traduzione di Camilla Diez, pp. 474, € 28,00). Il libro mette in scena (facendo leva su fonti disparate e spesso allora inedite, dai Mémoires di Saint-Simon a cronache specifiche) la congiura ordita nel 1718 dai duchi del Maine, eredi delegittimati di Luigi XIV, e dal principe di Cellamare, per sottrarre la reggenza a Philippe d’Orléans e affidarla a Filippo V di Spagna; ma inserisce tra i partecipanti principali un personaggio immaginario, Raoul d’Harmental, giovane provinciale traboccante del «senso della cavalleria e dell’avventura» languente nella corte parigina, mosso sia da rancori verso il Reggente, sia dalla devozione alla duchessa del Maine; e imbastisce una narrazione parallela sul romanticissimo idillio che, mentre la congiura prende piede, sboccia tra lui e una vicina di casa, la romanticissima eroina Bathilde. Caldamente elogiato da specialisti come Gilbert Sigaux o appunto Schopp, meritoriamente sottratto all’oblio, il romanzo però non raggiunge il livello di quelli dell’autore invece mai dimenticati: troppo congestionata di personaggi e di episodi (lasciati a volte in sospeso) la storia della cospirazione, troppo adagiata nei cliché la storia sentimentale, edificante fino alla melensaggine l’happy end che la corona. Però, al registro drammatico si sovrappone quello umoristico, elementi apparentemente marginali si rivelano più significativi di quelli in maggior risalto, tra la folla delle avventure e l’asfissia degli stereotipi si fa già largo quella verve rappresentativa, quell’attenzione alla varietà dell’esperienza, che le esigenze dell’intreccio, la «coazione a raccontare» definita da Manganelli spinta prioritaria di Dumas, comprimeranno spesso ma senza mai azzerarla. Il versante storico non si limita a restituire il clima di frivolezza e licenziosità della Reggenza, ma, seppur tra forzature e anacronismi, mette a fuoco i dissesti economici e il generale disorientamento a esso sottesi: a eccezione dell’unico classico villain, il consigliere, poi cardinale Dubois, gli altri personaggi (versioni più o meno ingentilite dei corrispettivi autentici) risultano tutti simpatici proprio perché analogamente fragili, incapaci di gestire l’autorità che si contendono: la spiritosa duchessa del Maine, e i nobili noncuranti e libertini suoi alleati – che, pur rischiando la vita nel complotto, si divertono a orchestrarlo come uno spettacolo teatrale – sembrano mossi più che da ambizioni effettive da un gusto astratto di rivalsa; il ritratto lusinghiero di Philippe d’Orléans – gran signore intrepido e magnanimo spaventato solo dalla noia (secondo un’immagine del gran signore ricorrente fino ai giorni nostri, come le infinite agiografie di Agnelli bastano a provare) – non ne nasconde la scarsa attitudine al governo (documentata dalle sue fallimentari strategie politiche e finanziarie); il potere assoluto appare non strumento di azione ma schermo di una sotterranea impotenza, mezzo non per incidere sulla realtà ma per salvaguardare dalla sua pressione l’artificioso microcosmo della corte. Ed è il mondo multiforme e metamorfico che va accerchiando questo microcosmo il vero argomento della vicenda immaginaria: l’idillio amoroso è solo epicentro di una galleria variegata di creazioni, tra cui spiccano soprattutto due eccentrici antieroi. Il primo è il più romanzato dei personaggi veri, Jean Buvat, l’impiegato della Biblioteca Reale che scoprì casualmente la congiura, qui trasformato (con saldatura dei due piani del racconto) nel tutore di Bathilde: onesto borghese che seguita a lavorare zelantemente per la disastrata monarchia non più in grado di pagarlo, e si consola coltivando, nel senso più letterale, il suo giardino (l’orto che ha piantato nella propria terrazza), sbalordito dai libri che gli capitano tra le mani, siano volumi scabrosi o verbali di torture; integratissimo nella società del suo tempo e insieme sconcertato dai suoi differenti aspetti quanto gli innocenti all’estero dell’opera più famosa ambientata nello stesso periodo, Le lettere persiane di Montesquieu. A lui perfettamente speculare l’altro antieroe, il capitano Roquefinette, il più estroso dei personaggi romanzeschi, alleato di d’Harmental fino a un imprevedibile colpo di scena: felice frutto dell’ironia romantica, mercenario di lungo corso che serve il potere per interesse restando fuori dalle sue logiche, cinico e generoso, refrattario a ogni sentimento elevato e pianto in modo struggente da una prostituta, unico ad andare incontro a una fine tragica, e capace di dissacrare anche quella, spirando con una semplice esclamazione sulle «maledette piastrelle» troppo ben lucidate, che lo fanno scivolare nell’ultimo duello; un passo che anticipa quello del Visconte di Bragelonne in cui Porthos esce di scena limitandosi a commentare gli sforzi inutili dei suoi compagni per sollevare il masso che lo sta schiacciando, con un beffardo «Troppo pesante!». Un’analogia non casuale. La tendenza, spesso fuorviante, a ritenere i lavori ancora immaturi incunaboli di quelli più noti trova qui un’innegabile conferma: lo spunto di fondo del Cavaliere d’Harmental, la divaricazione tra il fervore dei provinciali e le ipocrisie della corte, darà poi vita, liberato dalla morsa delle convenzioni, alla più popolare delle opere nate dalla collaborazione tra Dumas e Maquet, la trilogia dei moschettieri: in un intreccio che non prevede più finali lieti e morali consolatorie, d’Artagnan e i suoi amici, provinciali valorosi come d’Harmental, ma diversamente da lui sarcastici e disincantati (e capaci solo di passioni effimere), più disinteressati di Roquefinette, ma come lui perennemente instabili, vengono manipolati ed emarginati da un potere assoluto mostrato nella fase, compresa tra i regni di Luigi XIII e Luigi XIV, non dei primi scricchiolii ma del consolidamento; e se in questo romanzo il piacere di sentirsi una «forza occulta» che la cospirazione fa provare a d’Harmental è fugacemente accostato a quello vissuto dall’autore stesso nelle cospirazioni repubblicane a cui aveva preso parte, nella trilogia il nesso tra passato e presente si rinsalda, il soffocamento delle energie dei moschettieri diviene modo per alludere alla repressione dei moti libertari ottocenteschi e all’involuzione della monarchia di Luglio. Le convinzioni democratiche di Dumas restano certo, come osserva Gramsci, di tipo sentimentale e vago; ma, da un lato sfrenatamente baldanzose, dall’altro pervase di un acuto senso dei compromessi della storia, sanno ispirare rappresentazioni travolgenti tanto dello slancio degli ideali quanto dei loro, farseschi o tragici, scontri con la realtà.