Recensione
Raffaele Manica, Il Manifesto, 19/08/2012

I commentari di Napoleone

Le memorie arrivate dagli anni di Sant’Elena, prima che, secondo l’immagine del Manzoni, sulle eterne pagine cadesse «la stanca man», furono dettate da Napoleone ai generali e collaboratori che lo avevano accompagnato nell’ultimo esilio, dal 1815. Dell’altra strofa dell’inno in morte steso dal genio del Manzoni, riguardano l’inizio, «Dall’alpe» – che è anche l’inizio del «gran disegno» –, le Memorie della campagna d’Italia del 1796-’97 (pubblicate da Donzelli nella traduzione di David Scaffei, e con l’introduzione di Ernesto Ferrero, «La parola e il potere», secondo l’edizione francese del 2010, della quale si mantengono opportunamente anche l’ampio saggio introduttivo, «L’officina della memoria», di Thierry Lentz, e l’indice dei nomi, pp. LV-341, € 32,00). «L’Italia è circondata dalle Alpi e dal mare. I suoi confini naturali sono determinati con tanta precisione come se fosse un’isola»: basta l’inizio del dettato per rendersi subito conto che sarebbe un peccato lasciare queste Memorie solo nelle mani degli storici generali, o particolari, di cose napoleoniche. Il lettore degli storici del passato, a orecchio, vi coglie la nettezza di Cesare o un tono di partecipe distacco che non si potrebbe definire che classico; e il lettore della grande letteratura francese vi coglie traccia di colui che, con prosa da codice civile, si farà anche biografo di Napoleone: siamo di fronte a una specie di libro di viaggio stendhaliano, e basta andare qualche riga più sotto e leggere di come l’Italia continentale sia divisa da quella peninsulare «dall’istmo di Parma. Se si prende Parma come centro e si descrive una semicirconferenza dalla parte del nord con un raggio pari alla distanza da Parma alle foci del Varo o alle foci dell’Isonzo (60 leghe), si sarà tracciato lo sviluppo della catena superiore delle Alpi, che separa l’Italia del continente». Che nella Parma di Stendhal – come la diceva il titolo diretto di Luigi Foscolo Benedetto – risonassero suggestioni napoleoniche è fatto che si può anche qui accantonare appena suggerito, perché subito un’altra immagine si mette davanti agli occhi di chi legge. Per quanto si stia alle Memorie come a un libro di viaggio un po’ speciale, come si fa a non vedere il grande Còrso chino su una cartina a tracciare fisicamente, con un compasso, la sua semicirconferenza? Napoleone, come forse ogni grande condottiero (e come alcuni grandi poeti), vede il mondo come un atlante, e vede il suo viaggio distendersi sì tra le fatiche fisiche della conquista del territorio, ma anche come una fisica appropriazione dello spazio attraverso le cartine. Ma la parola, per Napoleone, prima di finire in letteratura e in memoria, nasce come problema di consenso: arrivato a regnare, non nato regnante, «quest’uomo ogni anno deve convincere almeno 200 000 uomini ad arruolarsi e battersi nella guerra senza fine che lo oppone agli antichi regnanti d’Europa», ricorda, dati alla mano, Ferrero; e quegli uomini deve motivare, e dopo la vittoria rimotivare in vista della nuova battaglia, in lotta continua contro il tempo. Perciò la parola di Napoleone, tra l’oratoria militare e la letteratura, ha bisogno che ogni livello gli sia famigliare, con «strenua economicità verbale», per fronteggiare in dialogo Goethe o lo zar Alessandro, o per fare la sua parte nei salotti che a turno lo accolgono. Sainte-Beuve diceva, a sorpresa ma cogliendo la sostanza, che lo stile di Napoleone si poteva avvicinare a quello di Pascal per spirito geometrico e per desiderio di lasciar da parte ogni elemento inutile. Bersaglio colto fin dal primo dei suoi raccoglitori di memoria, così che Il Memoriale di Sant’Elena curato da Emmanuel de las Cases sarà un vero e proprio bestseller. La cosa è tanto più impressionante nelle circostanze specifiche: Napoleone, ricorda Ferrero, «comincia a dettare il 9 settembre 1815, a bordo della Northumberland, la nave inglese che lo trasporta nell’isola perduta in mezzo all’Atlantico meridionale, che sembra inventata dalla perfidia di un dio maligno per prostrare gli uomini»; e, dettando, «cesella ogni giorno la nuova immagine di martire romantico che si vuole cucire addosso». Ma lo stile prescelto consente di lasciar passare l’autocostruzione mitica sotto le vesti di narrazione storica di parvenza oggettiva, grazie proprio all’asciuttezza praticata come un mezzo infallibile. Può farlo perché ne sa più di quanto non possano mai sapere gli storici di professione, rovistando archivi e rimestando casse di documenti. E, in Italia, sa bene dove andare, che cosa vedere e anche che cosa trafugare, in modo da poter allestire il museo del mondo, il museo per antonomasia dove tutte le civiltà saranno contemporaneamente presenti come se fossero state degne di vita, un tempo, solo in quanto stavano preparando la civiltà della Francia di Napoleone. Una lotta contro il tempo pure questa, anche se non sarà la principale a intonare le corde degli scrittori ammirati dalla sua persona: Tolstoj e Hegel a parte, e per stare ai francesi, così come enumerati ancora da Ferrero: Stendhal, per il quale Napoleone fu l’unico uomo degno di ogni rispetto; Balzac, che voleva completare con la sua penna l’opera intrapresa da quella spada; Hugo, che vedeva più grande l’uomo Bonaparte che il condottiero Napoleone, insieme fantasmi da intimorire il mondo; Chateaubriand, pur critico, che lo vedeva conquistare il mondo da morto, e che il 5maggio scrisse, con qualche consonanza manzoniana (la terra che non sa quando tornerà una simile «orma di piè mortale»): «Bonaparte ha reso a Dio il più possente soffio di vita che abbia mai animato l’argilla umana». Il desiderio di dettare le memorie, osserva Lentz, arriva dall’autoconsapevolezza di un destino eccezionale, che non poteva essere raccontato se non dal suo artefice. Perché così si poteva, secondo Chateaubriand, lasciar da parte le minuzie umane e costruire l’epopea di un intero popolo, dandogli verbo. E da ricordare è la potente costruzione nell’officina: «per ogni tema, Napoleone indicava in un primo tempo, sotto forma di nota particolareggiata oppure a voce, gli argomenti sui quali voleva riflettere e poi dettare. Il collaboratore o i collaboratori scelti (Las Cases, Bertrand, Montholon o Gourgaud) erano incaricati dimettere insieme la documentazione utile» (Lentz), compito svolto ogni tanto da Napoleone stesso, al quale capitava infatti di abbozzare qualche paragrafo di suo pugno. L’esigenza era la rapidità: «“L’Imperatore chiede il progetto pensando che sia possibile farlo in due ore”, sospira il gran maresciallo nei suoi Cahiers». Leggendo le Memorie della campagna d’Italia di una cosa si è certi: che, all’opposto di Fabrizio a Waterloo nella celebre pagina di Stendhal – Fabrizio non riusciva a capacitarsi che la guerra fosse proprio quella cosa lì, uno stare nel corso degli eventi senza ben capire neanche di che eventi si trattasse –Napoleone – che infatti era Napoleone, e che era legittimato anche a parlare di se stesso in terza persona come Cesare, per creare suprema parvenza di oggettività – sapeva sempre esattamente in che punto si trovava. La guerra, oltre il resto, è rapida comprensione dello spazio e del tempo, lotta per lo spazio, riduzione di distanze e sopraffazione del nemico scalzato dal suo spazio. La differenza tra Napoleone e Fabrizio è questa: capire dove si è e che si fa, prima piegandosi sulla cartina, poi agendo. Meno conta che poi, rispetto alla campagna d’Italia, l’alfa, Fabrizio si trovasse a Waterloo, l’omega di Napoleone.