Recensione
David Bidussa, Il Sole 24 ore, 28/10/2012

Una ferita aperta

Nella storia dell’Italia repubblicana il 9 ottobre è una data infausta. Non solo per ciò che avviene, ma anche perché poi, a evento consumato, farvi i conti è sempre complicato, imbarazzante, divisivo. La prima volta è il Vajont. Il 9 ottobre 1963 duemila persone scompaiono in un attimo. L’Italia, per riuscire a confrontarsi con quella tragedia, dovrà aspettare a lungo e solo un uomo di teatro - Marco Paolin – trenta anni dopo riuscirà a raccontarla davvero. L’Italia degli anni Novanta si troverà di fronte la storia del Vajont e sarà come scoprire la propria storia del Novecento: l’industrialismo senza regole; i tecnici senza un’etica del mestiere; i politici senza una morale; la miseria e la distruzione dell’Italia contadina. La seconda volta è il 9 ottobre 1982. Alle 11.55 di quel sabato mattina, un commando terroristico palestinese attacca che sta uscendo dal Tempio maggiore di Roma. 39 feriti, un morto. Quell’attacco avviene alla fine di una lunga e calda estate in Medio Oriente, ma anche in Italia. La causa scatenante è l’invasione del Libano da parte dell’esercito israeliano. Lo sconvolgimento profondo è dato dalla rottura definitiva di quel dialogo tra sinistra e mondo ebraico che si è costruito nel secondo dopoguerra e che in quelle giornate si dissolve. Quel 9 ottobre è un “luogo della memoria” del mondo ebraico italiano. Non lo è diventato, almeno finora, per l’opinione pubblica italiana. Trenta anni dopo è opportuno chiederci perché. Il libro di Matteo di Figlia fornisce alcune risposte. La sinistra a lungo è stata l’unica parte politica che l’Italia repubblicana accreditava come interlocutore possibile con il mondo ebraico. La destra italiana era ancora troppo immersa nella sua nostalgia di Salò; il mondo liberale non aveva particolari sensibilità; il centro era occupato dal cosmo cattolico anch’esso con problemi culturali, politici e identitari con il mondo ebraico. Ma quel rapporto sinistra/ebrei , nato sull’antifascismo , da subito presenta asperità. Un primo momento è rappresentato dal risorgente antisemitismo in Urss e anche nei paesi del blocco socialista già dai primi anni Cinquanta. Poi ci sarà la guerra di Suez nel novembre 1956, una guerra che agli occhi della sinistra europea ( italiana inclusa) consegna Israele al campo dell’imperialismo. Il tema è la lotta anticoloniale, la nazionalizzazione del canale di Suez. Infine la Guerra dei sei giorni (giugno 1967). A sinistra è egemone il criterio della critica agli Stati Uniti. Nella scelta di campo le simpatie vanno al mondo arabo. Israele è dall’altra parte. E’ l’inizio di un lungo addio, ancora non dichiarato, ma esistente nei fatti, che poi matura nel corso degli anni Ottanta, e che ancora oggi perdura. A partire dagli anni Settanta e intorno a momenti che sinistra e mondo ebraico classificheranno diversamente – la guerra del Kippur dell’ottobre 1973, l’episodio di Entebbe ( con la separazione dei passeggeri ebrei e passeggeri non ebrei nel volo di linea dirottato vero l’aeroporto ugandese nel giugno 1976); gli attentati parigini a rue Copérnique - si consuma un distacco già fortemente segnato dal giugno ’67. Quel distacco non è solo politico, è più profondo. Riguarda le diverse sensibilità culturali su cui si costruiscono le rispettive identità : la sinistra tiene fermo il paradigma antifascista; il mondo ebraico pone in primo piano la Shoah. La crisi dell’estate 1982 e il clima in cui si consuma l’attentato alla Sinagoga di Roma sanciscono pubblicamente una condizione di fatto. Quell’estate si svolge in tre tempi: si apre con le reazioni che in Italia provoca l’invasione del Libano da parte dell’esercito israeliano; prosegue con l’episodio della bara lasciata di fronte alla Sinagoga di Roma da parte di un nucleo di manifestanti sindacalisti; si chiude con l’attentato alla stessa sinagoga di Roma nell’ottobre di quell’anno. E’” l’addio senza arrivederci”tra ebrei e sinistra. Dopo quell’episodio ogni tentativo di ricostituzione di un dialogo, non fra estranei, ma fra amici, fallisce. Rimane alta la differenza da parte del mondo ebraico nei confronti della sinistra nel suo complesso. Per questo quanto Di Figlia sottolinea nelle ultime pagine di questo suo libro, non solo documentato ma anche equilibrato, ovvero la convinzione che il filo tra sinistra e mondo ebraico non si sia esaurito , mi sembra corrispondere più a un auspicio che non ala realtà. Quel legame dovrebbe essere testimoniato da una generazione di trenta-quarantenni che riconosca se stessa dentro al mondo variegato della sinistra. Quella generazione non c’è. In mezzo ci sono quella scena e quel giorno che costituiscono un “Luogo della memoria” che riordina il passato e funziona da noema per il presente . Solo per una parte. Anche questo fa parte del problema.