Recensione
Giancarlo Corò, Il Giornale di Vicenza, 19/09/2012

Bisogna demonetizzare l'economia

La finanza svolge una funzione vitale per l'economia, in particolare favorendo gli scambi e rendendo possibile gli investimenti, dunque il lavoro, l'innovazione e, in definitiva, il progresso civile. Tuttavia, la sua degenerazione in un capitalismo finanziario sempre più fine a se stesso sta oggi uccidendo l'economia di mercato. Questa tesi, che sembra riecheggiare temi cari a movimenti radicali come Occupy Wall Street, è contenuta in un libro di due seri studiosi di storia della moneta e della finanza, Massimo Amato e Luca Fantacci, professori all'Università Bocconi. “Come salvare il mercato dal capitalismo. Idee per un'altra finanza”, 2012, Donzelli editore, è un libro coraggioso, che non si limita ad un'analisi critica ma assume anche l'impegnativo compito di provare a ricostruire dal basso una nuova finanza a servizio di chi produce, lavora e consuma. Amato e Fantacci ci invitano innanzitutto a riflettere su un'evidente contraddizione: con quale autorità morale gli operatori di quei mercati finanziari responsabili della più grave crisi economica del dopoguerra possono oggi assumere il ruolo di giudici della solvibilità di uno Stato e sul destino di intere comunità? La domanda potrebbe tuttavia essere rivolta a noi stessi: per quale motivo siamo ogni giorno indotti a consultare indici di borsa, rating finanziari e variazioni degli spread come fossero davvero una misura delle virtù e dei vizi di un popolo? Alla base di questa contraddizione non ci sono solo gli eccessi dei media o una diffusa ignoranza finanziaria fra i risparmiatori, bensì un fenomeno economico che Keynes aveva messo in luce con la crisi del '29: il feticcio della liquidità. È quanto accade quando assegniamo alla moneta un compito che non è più quello di mezzo di pagamento o strumento di misura del valore di beni e servizi utili, bensì come principale riserva di ricchezza e leva in sé sufficiente per accrescerla. Fare denaro con il denaro è una tentazione alla quale, obiettivamente, pochi sanno resistere. Ecco perché i “mercati finanziari” sono arrivati a sostituire la “finanza per i mercati”, illudendo molti di poter ottenere una “rendita” senza lavorare e senza assumere rischi imprenditoriali. Tuttavia, come osservano gli autori «se da qualche parte si guadagna senza lavorare, da qualche altra si lavora senza guadagnare». E i guadagni nella finanza non sono certo mancati! Né sembra che il sistema finanziario - che coinvolge banche, fondi comuni, borse e agenzie di rating - abbia avviato al suo interno un serio esame di coscienza, magari anche solo per ridimensionare retribuzioni che hanno pochi uguali in altri settori. Secondo Amato e Fantacci è tuttavia inutile cercare di risolvere tale questione colpevolizzando singoli individui o gruppi. Bisogna semmai tornare alla radice del problema, il feticcio della liquidità, che ha tra l'altro modificato il rapporto fondamentale che da sempre fa muovere l'economia: quello fra debitore e creditore. Mentre ai creditori vengono oggi attribuite tutte le virtù, chi si indebita viene invece accusato di essere vizioso. Ma dal punto di vista economico questa rappresentazione non è affatto corretta. Il debitore è in realtà colui che prende a prestito denaro per investire o consumare, scommettendo sul futuro e contribuendo così alla crescita della produzione e degli scambi. Certo, c'è un limite all'indebitamento che non deve essere superato e, soprattutto, bisogna capire quali sono gli impieghi. Ad esempio, il debito speso da un'impresa per acquistare attività qualificate o sviluppare una nuova tecnologia è utile per accrescere la sua competitività. Allo stesso modo, il debito di uno Stato per migliorare il capitale umano e infrastrutturale di una nazione contribuisce ad aumentare la produttività della sua economia e, dunque, anche il reddito futuro con il quale si potrà ripagare il debito stesso. D'altro canto, quello bruciato in stipendi pubblici improduttivi e baby-pensioni è un debito cattivo. Se invece che al debito pubblico guardiamo a quello estero possiamo osservare che il più grande debitore è, guarda caso, anche la maggiore economia del mondo: gli Usa. I quali, forti di una supremazia tecnologica e militare, possono tuttavia ripagare il debito stampando moneta. Mentre ad altri Paesi tale lusso non è concesso. Anche per questo, secondo gli autori, bisogna fare attenzione alle facili classifiche fra Paesi “virtuosi” perché creditori netti verso l'estero, come la Germania, e Paesi “viziosi” in quanto debitori, come Spagna, Grecia e, da una decina d'anni, anche l'Italia. Come recuperare un rapporto fra economia e finanza senza rimanere bloccati, come ora, nella trappola della liquidità sulla quale prosperano i mercati della moneta e del credito? Come fare, inoltre, per superare la crisi dell'Euro? Secondo Amato e Fantacci la soluzione è de-monetizzare l'economia attraverso nuovi strumenti finanziari “illiquidi”, costruiti per favorire gli scambi e la cooperazione fra individui, imprese e comunità. Due le proposte presentate nel libro: la ripresa dell'Unione Europea dei Pagamenti - uno strumento già impiegato con successo, assieme al piano Marshall, nella fase di ricostruzione post-bellica - e lo sviluppo di sistemi monetari locali, che potrebbero essere gestiti dalla rete delle banche di credito cooperativo facendo ampio uso della moneta elettronica. Tali proposte vanno intese come complementari e non sostitutive dei sistemi monetari esistenti, e sono ispirate al principio di compensazione. Pensiamo, ad esempio, ad un Ente locale o ad un supermercato che pagano con una quantità di “buoni di credito” emessi da una banca i propri dipendenti e fornitori, i quali li useranno per acquistare beni dal supermercato o per pagare tasse e servizi locali. In tale modo non si richiede stampa di moneta, né esosi tassi interbancari. Esperienze di questo genere sono in corso a Nantes e anche il Comune di Santorso si sta muovendo in una direzione simile. Certo, non siamo di fronte a proposte immediate e salvifiche. Tuttavia, la gravità della crisi che stiamo attraversando richiede il coraggio di innovazioni radicali anche in una delle istituzioni cardine delle società moderne, qual è la moneta. Il merito del libro è provarci con una giusta miscela di rigore e utopia.