Recensione
Sara Antonelli, L'Unità, 18/10/2012

Marylin e King Kong

Nel King Kong illustrato da Anthony Browne, un remake cartaceo del 1994 e appena tradotto in italiano da Donzelli, la donna che fa intenerire il gorilla ha invece il volto immortale - ma disegnato - di Marilyn Monroe. Un anacronismo, certo, ma non un capriccio, giacché il richiamo non appare meramente decorativo. Di Monroe, infatti, questo celebre illustratore inglese sembra adombrare non solo i tratti conturbanti ma anche la storia personale. Al suo primo apparire, per esempio, quando, ancora povera e coi capelli castani, vaga per New York come tanti altri americani colpiti dalla Depressione, Ann non somiglia a Marilyn Monroe - non ancora - bensì alla sua prima e più ingenua versione, all’anonima Norma Jeane Baker, una ragazza californiana male in arnese, bruna e sfortunata abbastanza da essere costretta a vivere in una casa famiglia. In King Kong la giovane Ann è talmente affamata da essere costretta a rubare una mela. E poiché all’occhio attento di Carl Denham, un regista cinematografico che si trova a passare per caso lì davanti, non sfugge nulla, Browne ci restituisce la scena del furto come se fossimo ancora al cinema: in una sequenza di piccoli quadri ravvicinati che susseguono come fotogrammi in una pellicola, vediamo la manina bianca di Ann che, dopo essersi avvicinata timidamente al frutto, viene brutalmente intercettata da una mano scura e pelosa. Sembrerebbe quella un gorilla. Invece è soltanto quella del fruttivendolo, il quale le urla «Brutta ladruncola! Ora chiamo la polizia». Ann gida a sua volta «No!» e quell’urlo pieno di sgomento le sarà fatale: Denham, che ha assistito alla scena, capisce che è proprio lei, questa ragazza ingenua che somiglia tanto a Norma Jeane, la donna che sta cercando da tempo. Per questo - perché è bella e ha bisogno di lei - la salva. «Sarai tu la star del mio prossimo film», le dice offrendole il pranzo in un ristorante. Ann/ Norma Jeane è così raggiante da non accorgersi che le nervature della carne che occhieggia dall’hamburger disegnano il naso di uno scimmione. Né che il vecchio poster alle sue spalle pubblicizza uno spettacolo di Barnum dedicato a «Il gorilla più grande che sia mai stato visto. La creatura vivente più spaventosa». Non si è accorge, Ann/ Norma Jeane, che nella sua vita è appena entrato un mostro. Il mattino dopo, magicamente trasformata in una donna seducente coi capelli biondo platino, circondata da regali e belletti, e abbacinata davanti alla propria immagine allo specchio, Ann/Norma Jeane è sparita. Al suo posto c’è Ann/Marilyn Monroe. Ovvero, Ann che somiglia a Monroe. Si trova, Ann, nella cabina di una nave, in viaggio per chissà dove insieme a una troupe che girerà il film di cui sarà la prima attrice. «Denham non le aveva detto dov’erano diretti, ma Ann si convinse che di quell’uomo poteva fidarsi… più o meno», scrive il narratore. In effetti, Ann non sa di essere stata scelta come partner di un gigantesco gorilla. Né che non c’è bisogno di andare in un’isola abitata da «selvaggi», animali preistorici e da King Kong - che Browne come i registi che l’hanno previsto non ha mai timore di associare esplicitamente a un gigantesco fallo - per diventare una vittima. Basta incontrare una persona senza scrupoli, ma dall’aria rispettabile, pronta ad approfittare delle momentanee difficoltà altrui. I mostri, d’altra parte, vagano liberamente sia nella giungla sia nella metropoli. «Ann era un po’ preoccupata perché lui continuava a chiederle di urlare come se avesse visto qualcosa di orribile, ma si divertiva così tanto…». Quando, nell’autunno del 1931, il regista Merian C. Cooper iniziò a lavorare alla sceneggiatura di Creature, un vecchio progetto della RKO, il suo scopo era raccontare la storia di uno scimmione innamorato di una donna bianca. Affiancato dapprima dallo scrittore inglese Edgar Wallace, quindi, alla morte di quest’ultimo, da una serie di altri revisori, all’inizio del 1932 consegnò un soggetto che oltre alla presenza di Ann, al regista Carl Denham e al primo ufficiale Jack Driscoll (che si innamora di Ann) prevedeva anche la presenza di Louis, un bellicoso «mezzosangue» dalla pelle scura. Louis è brutale, infido e lussurioso. Nel viaggio di avvicinamento a Skull Island, l’isola dove si nasconde King Kong, tenterà, per esempio, di violentare Ann; e nel corso di un ammutinamento proporrà addirittura che il corpo della donna sia messo a disposizione di tutti suoi uomini. Un vero mostro, insomma. Quando però si accinge ad aggredirla, inaspettatamente interviene King Kong che lo uccide e rapisce Ann. Nel testo finale della sceneggiatura - e quindi nel film King Kong - di Louis non ci sarà più alcuna traccia. L’ombra della sua incontenibile lussuria sopravvivrà, tuttavia, nel gorilla che finirà per desiderare il corpo di Ann e i suoi capelli biondi con la stessa insistenza di Louis. Apertamente trasformata in un preda sessuale, da questo momento in avanti Ann andrà difesa con ogni mezzo - le granate di Denham e gli aerei della marina degli Stati Uniti - dalla sua minaccia, dalla minaccia di un rapporto sessuale indecente, bestiale e mostruoso. Detto altrimenti, dietro King Kong c’è l’ombra di un maschio nero e del presunto pericolo che questi rappresenterebbe per qualsiasi donna bianca. Perché King Kong - questo avremmo dovuto averlo capito da tempo - deve il suo successo planetario certamente agli effetti speciali, agli scenari esotici e alla battaglia finale tra civiltà e barbarie,ma ancor più all’aver evocato il tabù della miscenation, la mescolanza del sangue bianco con quello considerato inferiore, bestiale, nero. Nel suo King Kong illustrato, Browne riprende la trama del King Kong cinematografico e, senza intervenire sulla trama, ne interroga i presupposti tessendo un abile gioco di ombre, dettagli, rimandi e accostamenti. Dei modi in cui presenta l’adescamento di Ann e lo sfruttamento della bellezza femminile si è già detto. Non resterà che ammirare i volti silenziosi e indifferenziati che affollano le strade e i teatri di New York, e notare la somiglianza tra queste masse urbanizzate e quelle altrettanto anonime che affollano Skull Island - la cui foresta, per altro, appare simile a Tigre in una tempesta tropicale di Henry Rousseau. Oppure accorgersi che tra le dimensioni e l’essenzialità delle grandi architetture «selvagge», e il Rockfeller Center non c’è differenza. Nel suo remake, in breve, Browne non si schiera banalmente dalla parte della foresta e contro la civiltà come forse detterebbero i nostri tempi superficialmente ecologisti; mostra piuttosto che tra le due, tra due sistemi di potere basati esclusivamente sulla forza, ci sono inquietanti somiglianze. Si badi al modo in cui disegna le spose di King Kong: tra la bella nativa pronta al sacrificio e Ann/Marilyn che prende il suo posto che differenza c’è?