Recensione
Fiorella Iannucci, Il Messaggero, 14/10/2012

Nesbit. A colpi di fiaba contro il potere

STORIE da non credere. Sono quelle narrate da Edith Nesbit, raccolte per la prima volta in un volume prezioso, (Melisenda e altre storie da non credere, Donzelli editore, prefazione di Rita Valentino Merletti, illustrazioni di Lindsey Yankey, 244 pagine, 25 euro), in questi giorni in libreria. Fiabe pubblicate a Londra nel 1901, lette da generazioni di bambini anglofoni, inedite in Italia. Ma c’è anche un’altra storia da non credere, e riguarda l’autrice di questi racconti di incantesimi, metamorfosi e destini incrociati, scritti nell’anno in cui si concludeva il lungo regno della regina Vittoria e Beatrix Potter dava alle stampe, a sue spese, i deliziosi libriccini di Peter Coniglio, capaci finalmente di stare nelle mani di un bambino. Edith Nesbit (1858-1924), londinese come Potter, non aveva però alle spalle una ricca famiglia aristocratica. Orfana di padre a quattro anni, ultima di cinque fratelli, Edith crebbe tra collegi e lunghi viaggi in Francia,Germania e Spagna al seguito della sorella affetta da tubercolosi. Certo, la scrittura era la sua passione: ma le poesie, i romanzi gotici e i saggi politici che portano il suo nome erano per lei un modo per sopravvivere. Né il matrimonio con Hubert Bland, con cui condivise gli ideali socialisti e la militanza nella Fabian Society, riuscì a darle serenità né a sanare i dissesti economici della famiglia. Eppure questa donna spiritosa, provocatoria e anticonformista trovò nella narrativa per ragazzi il suo filone d’oro. Lo strepitoso successo della trilogia dedicata ai fratelli Bastable in I cercatori di tesori, la notorietà immediata e duratura di Cinque bambini e una Cosa (il primo volume della saga è uscito solo recentemente da Rizzoli), I bambini della ferrovia saccheggiato in seguito da film e serie televisive, le consentirono di realizzare il suo sogno: lasciare Londra e trasferirsi nella campagna inglese, in quella leggendaria villa del Kent aperta a intellettuali come Oscar Wilde e George Bernard Shaw, Chesterton e Wells. Ecco il fulminante ritratto che Bianca Pitzorno fa della scrittrice: «Edith Nesbit viveva in una casa piena di allegria, cultura, bambini, disordine e sregolatezza aperta a tutti, dove allevava, insieme ai suoi, i figli che il marito aveva avuto da altre donne». Nessuna meraviglia, allora, se nelle pagine di Melisenda fantastico e reale si mescolano, e fate e tate (magari trasformate in un «distributore automatico di rimproveri»), prìncipi e sguattere, re-imprenditori e maghi-impostori finiscono per catturare non solo i più piccoli ma gli adulti più esigenti. Prendete Le conseguenze dell’aritmetica. Qui è il piccolo Edwin ad appassionarsi al calcolo matematico. Per un incantesimo della Fata dell’aritmetica (i cui «magnifici occhi» irradiano «la luce della ragione e della logica»), conigli, elefanti, arance, mele, insomma, tutto quello che il maestro presenta in un problema, si concretizza a casa del ragazzo. Ebbene, Nesbit, proprio come la Fata dell’aritmetica, non lascia il suo protagonista. Ce lo presenta ormai adulto, matematico di rango, con un solo desiderio: «tornare giovane». «L’unica che potrebbe farlo è la Fata dell’amore. Se invece di incontrare me avessi incontrato lei saresti rimasto sempre giovane, ma non avresti inventato l’ipotesi ipernebulare», risponde la magica madrina, lasciando cadere «una piccola lacrima, chiara come un problema risolto». Il fatto è che Nesbit si diverte un mondo a scrivere le sue storie,e di humour è impregnata ogni riga di questi racconti. Descrive re sciocchi e regine vanitose. Non è forse una di loro a condannare la felice e saggia principessa Melisenda, resa calva da un maleficio, a sopportare lo strazio di una capigliatura abnorme impossibile da tagliare e da sostenere? E sono proprio l’arguta critica del potere, la predilezione per l’utopia, la vocazione ecologista («E’ curioso come quasi tutte le grandi fortune siano nate rendendo brutte le cose belle», scrive in Fortunatus Rex&Co.) e l’assenza di qualsiasi intento moralistico («Siete bambini intelligenti e non starò qui a farvi la morale...», si legge in Là dove si vuole andare) a fare di Nesbit una autentica paladina dei diritti dei più piccoli. Che sono qui il diritto al gioco (magari usando i grossi tomi di Milton o di Shakespeare per costruire La città nella biblioteca), a vestirsi comodamente (quante di queste storie parlano di abiti «inamidati che pizzicavano il collo»), soprattutto, il diritto al rispetto. Cose per niente ovvie, ora come allora.