Recensione
Antonio Funiciello, Europa, 22/08/2012

Quando la Cgil era riformista

La Cgil è stata, ancora fino ai primi anni novanta e al netto degli errori del decennio precedente, una formidabile motrice di democrazia. Ogni nazione è dotata di motori che ne accelerano (o ne rallentano) il graduale processo di democratizzazione. In Italia, la democrazia formale ideata dai padri costituenti dopo l’orrore della seconda guerra mondiale, è cresciuta in “carne, ossa e cartilagine” grazie a motori poderosi come la Cgil, veri propulsori e creatori di futuro. La sinistra italiana ha spesso trovato nella Cgil il luogo di elaborazione riformista, che ha svolto ruoli di vera e propria supplenza politica quando il Pci (spesso) arrancava. Non già soltanto sui temi cruciali del lavoro e dell’economia, ma persino sulle grandi questioni di politica internazionale che definivano l’identità culturale e spirituale dell’Italia. In questi ultimi giorni di agosto si possono rileggere le pagine della magnifiche Lettere a Marta di Antonio Giolitti, in cui lo statista socialista racconta il pianto di Giuseppe Di Vittorio e le sue parole di puro disprezzo per l’Urss («Quelli sono regimi sanguinari! Sono una banda di assassini!») nei giorni del furore omicida dei sovietici a Budapest. Gli stessi giorni in cui Togliatti si rendeva per l’ennesima volta complice dei crimini di Mosca e scriveva al Comitato centrale del Pcus di un tentativo (mai esistito) di usare i fatti d’Ungheria per spodestarlo al vertice in favore di Di Vittorio. «Una denuncia di carattere delatorio», come duramente la definì Bruno Trentin. (Fa specie che oggi, a seguito del bel saggio di Franco Lo Piparo, I due carceri di Gramsci, uscito per Donzelli, che sostiene con argomenti filologicamente e storicamente fondati l’esistenza di un quaderno del carcere fatto sparire proprio da Togliatti, molti si scandalizzino di ciò. Un uomo come Togliatti, che dagli anni trenta ai cinquanta ideò, fiancheggiò e coprì le più svariate nefandezze sovietiche, non sarebbe il tipo da liquidare un quaderno di Gramsci critico con Stalin e gli stalinisti? Ma per piacere!). Ancora per Donzelli, è possibile leggere gli atti appena editi di un convegno su Di Vittorio (“Crisi, rinascita, ricostruzione. Di Vittorio e il piano del lavoro”) in cui si mette in luce la modernità rooseveltiana delle proposte della Cgil del dopoguerra, rigettate da Togliatti e dal Pci. L’interventista “piano” del segretario della Cgil andrebbe riletto per cogliere il pragmatismo visceralmente anti-ideologico che ne ispirava il senso generale e ne dettava ogni singola proposta. A fronte di trascorsi modelli di sviluppo non riproponibili (quello giolittiano, quello fascista) e l’irricevibile lezione sovietica, la Cgil provava a pensare keynesianamente al futuro dell’Italia. E usare Keynes alla fine degli anni quaranta era qualcosa di riformista e grandemente innovativo. Oggi Susanna Camusso, settimo successore di Giuseppe Di Vittorio, vorrebbe tornasse l’Iri. E l’articolo potrebbe finire qui. Poco importa che l’Iri (invenzione fascista) sia servita a tenere in vita imprese che non avevano futuro, facendo pagare agli italiani, con le loro tasse, le enormi perdite accumulate. La Camusso vuole che lo stato italiano acquisti le aziende in crisi per la loro incapacità, precedente alla grande crisi, di stare sul mercato. E in questo preciso modo la Camusso crede di poter tirare fuori l’Italia da una crisi prodotta da un eccesso di debito: facendo altro debito. Che ne è stato della Cgil di Di Vittorio, Lama e Trentin? Difficile dirlo. In un periodo in cui il dibattito si concentra sulla crisi dei partiti e delle sempiterne élite politiche che li guidano, non sarebbe forse inutile pensare un po’ più in grande. Guardare alla classe dirigente del paese nel suo insieme e riconoscere che l’assenza di dirigenti sindacali capaci di creare politica e creare futuro pesa sul presente dell’Italia più dell’azione di tanti inutili capipartito. E riprendere, magari, a occuparsi di “sindacato”.