Recensione
Filippo Patroni Griffi, Il Sole 24 ore, 22/07/2012

Una riforma che si può raddrizzare

Negli ultimi venti anni, i tentativi di riforma della pubblica amministrazione italiana hanno prodotto risultati non sempre positivi. Il libro di Luciano Hinna e Mauro Marcantoni parte dall'analisi di questo aspetto e si interroga sulle ragioni di una siffatta condizione e sulle possibili soluzioni. L'obiettivo principale è quello di presentare alcune proposte di riforma dell'amministrazione, imparando dagli errori commessi in passato e tentando di risolvere alcuni "mali" presenti. A tal fine, gli autori suggeriscono di adottare una strategia che definiscono "obliqua", secondo cui, in estrema sintesi, gli obiettivi sono meglio raggiunti indirettamente piuttosto che direttamente. Questo approccio sembra essere il migliore quando la complessità che si trova a fronteggiare è molto alta. In tali casi, non si può affrontare la complessità direttamente, né risolvere tutti i problemi con un solo intervento. Bisogna agire per gradi, per approssimazioni successive. L'applicazione di questo concetto, tratto dall'opera dell'economista britannico John Kay, appare particolarmente calzante rispetto alla realtà delle pubbliche amministrazioni italiane. Se è vero, ad esempio, che «le imprese che ottengono più profitti non sono quelle più orientate al profitto», questo assunto – mutatis mutandis – aprirebbe ampi margini di speranza in un miglioramento del funzionamento del settore pubblico. La tesi degli autori è che per riformare la pubblica amministrazione – con ragionevoli speranze di successo – non si debba considerare la stessa come un'identità compatta e limitata al mero perimetro dello Stato. In altri termini, bisogna agire non tanto sull'oggetto (le pubbliche amministrazioni), quanto sui soggetti del cambiamento, riconducibili a tre categorie: dipendenti, dirigenti pubblici, cittadini. Investire sui primi, rafforzare il ruolo trainante dei secondi, rendere il bene pubblico come dovere dei terzi rappresentano alcune linee lungo le quali si dovrebbe muovere, ancorché obliquamente, la riforma. Complessivamente, il libro individua sette questioni principali: dal tema della "identità" e della missione della pubblica amministrazione alla difficile percezione del bene pubblico come dovere individuale; dalla valorizzazione del capitale umano alla più efficace regolazione delle responsabilità degli attori pubblici e della dirigenza. Tali aspetti sono descritti con uno stile originale e vivace. In alcune parti, la trattazione è più rigorosa, in altre assume i tratti della provocazione e del pamphlet. Inoltre, nella prospettiva di elaborare una proposta multidisciplinare, gli autori dialogano con altre importanti voci – Giuliano Amato, Cristiano Castelfranchi, Giuseppe De Rita, Massimo Egidi, Jean-Paul Fitoussi –, il cui contributo è integrato nel volume. Il valore di questo libro non è tanto nelle proposte che contiene – alcune delle quali appaiono, per certi aspetti, possibili ma poco "reali" – ma nelle domande e reazioni che solleva nel lettore. Molto suggestiva appare la citazione di alcuni passaggi dell'intervista a Moncef Marzouki, posta ad apertura del volume, che esorta a «seminare nel deserto» nonostante questo richieda di accettare «un orizzonte di lungo periodo». Un invito da accogliere in qualsiasi circostanza, anche quando si tratta di seminare in lunghe stagioni di carestia.