Recensione
David Bidussa, L'Unità, 11/09/2012

La deportazione

GUARDATE COSA È ACCADUTO OGGI SUL VOLO ROMA- TUNISI DELLE9,20 ALITALIA.Due cittadini tunisini respinti dall’Italia e trattati in modo disumano. Nastro marrone da pacchi attorno al viso per tappare la bocca ai due e fascette in plastica per bloccare i polsi. Questaèlaciviltà elademocraziaeuropea.Malacosa piùgraveèstatachetuttoèaccadutonellatotaleindifferenza dei passeggeri e alla mia accesa richiesta di trattare in modo umano i due mi è stato intimato in modoarroganteditornarealmiopostoperchési trattava di una normale operazione di polizia… Normale??? Sono riuscito comunque a rubare una foto! Fate girare e denunciate! È un post che il film-maker Francesco Sperandeo mette sulla sua pagina Facebook il 17 aprile 2012. Il 20 aprile il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, risponde alla Camera e fornisce delle spiegazioni in merito a quello specifico trattamento. Al di là delle spiegazioni date a posteriori dal ministro, resta tuttavia il problema rappresentato dal silenzio di tutti coloro che assistono direttamente alla scena sul volo. Quell’atteggiamento ci riguarda e chiama in causa la fragilità della nostra idea del diritto e della tutela delle garanzie. Quella scena, infatti, comunica l’essenza della deportazione: qualcuno prelevato a forza da dove si trova, privato delle garanzie e dei diritti che si riconoscono a un prigioniero, intorno a cui si fa il vuoto e il silenzio in nome dell’ordine. Noi siamo abituati a scandalizzarci per la violenza che il corpo subisce in lager, in gulag, dovunque il potere di controllo sui corpi degli altri avvenga in un «luogo di detenzione», costruito a quel fine, senza che noi lo vediamo. In breve noi siamo abituati a scandalizzarci dopo che un fatto è avvenuto e senza che sia possibile fermarlo. Il fatto che avvenga in un luogo dotato di mura, e dunque invisibile per noi, in fondo ci tranquillizza perché non dobbiamo scegliere su come rispondervi immediatamente. Viceversa, vedere in diretta l’esercizio della violenza sul corpo degli altri, vederlo ed esser lì intendo (non essere di fronte a uno schermo grazie al coraggio o all’audacia di un reporter che lo filma per noi), come appunto è accaduto il 17 aprile 2012, ci chiama in causa. Vedere l’esercizio della violenza e reagire è un modo per comunicare a chi la esercita, non solo che c’è un limite, ma che noi, gli spettatori, non siamo acquiescenti. Non reagire indica che siamo indifferenti. Tertium non datur. C’è ritrosia o imbarazzo a usare il termine di «deportazione» per la scena del 17 aprile 2012. Perché? Forse perché riportare a casa qualcuno non è deportazione e con questo termine intendiamo, invece, portare via qualcuno «lontano da casa sua»? Non nego che questa sia l’immagine più consueta, ma non ne è l’essenza. Deportazione, in senso generale, è impadronirsi del corpo di un altro, trasferirlo laddove più ci aggrada e decidere della sua sorte. Più precisamente: ricorrere all’esercizio della forza e della violenza sul corpo degli altri senza che questi siano in grado di opporsi, per portarli comunque dove i proprietari di quei corpi non vogliono assolutamente andare. Rimaniamo all’immagine canonica della deportazione praticata nel corso della seconda guerra mondiale. In che cosa consiste quell’atto se non nel prelevare qualcuno da un luogo, trasferirlo di forza altrove in base al fatto che per lui non ci sono diritti? Chi era oggetto di quei trasporti non sapeva dove andava, non sapeva come sarebbe finita, o quale sarebbe stato il probabile epilogo e la mèta di quel viaggio. Intorno a lui la massa infinita di spettatori, se anche vagamente sospettava qualcosa, preferiva non fare domande. Deportati si diventa, non si nasce. È una condizione che vive di vari passaggi e l’esperienza del viaggio costituisce una tappa fondamentale di quel processo. Ma quella scena che dura vari giorni, in cui gli individui coabitano come una massa compatta, senza mai assumere quella dimensione, non è mai diventata un momento essenziale della memoria degli stermini. Fatta eccezione per Il grande viaggio di Jorge Semprún, quel momento denso di storia, se è stato memorizzato, non ha avuto l’attenzione che merita. Questo libro ci costringe a misurarci con quel fatto e a valutarlo nella sua originalità e nella sua specificità. Tutto è stato «ingoiato» nell’epilogo. Da parte di chi è tornato, spesso quei giorni passati in una condizione di costrizione sono stati «svalutati » nel confronto con ciò che accade dentro il campo e poi da tutti gli sforzi per provare a riprendere la propria vita dopo il campo, al ritorno, nel tentativo di trovare il giusto equilibrio tra diritto all’oblio e memoria, tra torto subito e ritualizzazione, e dunque «neutralizzazione », della memoria. ILRACCONTODI GREPPI Carlo Greppi, con questo libro, riapre quel dossier e contemporaneamente ci dice che il tempo della commemorazione, se è in grado di definire l’archeologia delle nostre emozioni, non è capace di costruire la sensibilità civile per il «nostro tempo», un tempo pieno di «non luoghi » che spesso stentiamo a riconoscere. Che cos’è un «non luogo»? È quella porzione di tempo- spazio tra un luogo noto e uno ignoto, uno spazio fisico condiviso senza che si diano relazioni. Un tempo in cui fisicamente molte persone stanno insieme,mavissuto in solitudine, senza comunicare. Non solo perché non si conoscono tra di loro. Maperché quel luogo li annichilisce e li inibisce. La deportazione è una condizione di «non luogo». Infatti, nel caso in cui essi si conoscano, è il caso della deportazione che coinvolge interi gruppi famigliari, né matura, né si ritrova una dimensione comunitaria. Al centro di questo libro sta la fisionomia delle sensibilità (in termini di emozioni, sensazioni, riflessioni) che si condensano in una condizione di eccezionalità – il viaggio di deportazione – e che poi si dissolvono perché la mèta del viaggio, il luogo di destinazione assorbono per intero sia i ricordi di chi ha vissuto quell’esperienza – e ha avuto la fortuna di tornare, e la capacità di parlarne o di scriverne, i «testimoni- autori», come li denomina Carlo Greppi – sia di chi la indaga come «situazione estrema»5. In tutti e due i casi il risultato è l’arretramento dell’esperienza del viaggio di deportazione come spazio-tempo vissuto, specifico, singolare. Come costruzione di una comunità – cercata, voluta oppure subìta – di uomini e donne, vecchi e bambini, improvvisamente costretti a condividere anche ciò che non vorrebbero condividere. In una parola: a sopportarsi.