Recensione
Giovanni De Luna, Il Venerdì, 07/09/2012

Così vivevano sui treni dei lager

In carri bestiame e in treni merci, in viaggio verso il lager. Quando si usciva da quei vagoni affollati di promiscuità e dolore, si era a un passo dalla morte: quando vi si era entrati, era stato come essere inghiottiti dall’ignoto. In quel tempo sospeso in cui non c’è più la vita e non c’è ancora la morte, è ambientata la ricerca di Carlo greppi che, attraverso la voce di decine di sopravvissuti, ricostruisce con grande efficacia quello che per i deportati era “l’ultimo segmento di una cronologia certa”. In quei vagoni ci sono uomini e donne, con i loro vissuti e soprattutto con i loro corpi. Ed è un mondo di corpi quello che racconta il libro “L’ultimo treno. Racconti del viaggio verso il lager ( introduzione di David Bidussa, Donzelli); un groviglio di membra in cui è difficile districarsi. Questa è la dimensione che accompagna l’intera esperienza concentrazionaria , in tutte le sue fasi e che rende molto difficile, allo storico, restituire individualità e spessore ai profili di ognuno di quei corpi, senza lasciarsi sopraffare dalla sensazione del “mucchio”. Con un registro emotivo particolarmente intenso, Carlo Greppi racconta gli umori, la fame, gli imbarazzi di una promiscuità forzata, le risse intorno al cibo ma anche le solidarietà che nascono intorno al cibo e, proprio attraverso questa fisicità, arriva a definire quella che chiama la “comunità del vagone”, che è una delle più significative novità storiografiche del libro. L’assenza dei carnefici all’interno del vagone rende quell’esperienza più pura, più libera di esprimere spontaneamente tutto un universo di sensazioni e di gesti. Questa comunità ha una fisionomia collettiva che trascende e supera quella degli individui; nel viaggio lungo binari e stazioni incontra gli altri, spettatori passivi, soccorritori pietosi ma anche italiani che non sono brava gente , con aspetti di un antisemitismo cattolico (“voi ebrei avete inchiodato Gesù”)che non appartiene soltanto alla dimensione razzista del fascismo. Pure, quando i treni lasciano l’Italia, nella fisicità del paesaggio che cambia e nello sgomento che nasce rispetto a una lingua diversa, a un panorama diverso, a un clima diverso: e il canto che a un certo punto si leva in uno dei vagoni – “O mia patria sì bella e perduta!”- lascia emergere questa situazione di spaesamento , l’attaccamento a una Patria fisicamente vissuta, percepita come esperienza di appartenenza.