Recensione
Francesco Erbani, La Repubblica, 08/09/2012

La riscossa dei contadini, ricetta contro la crisi

Il nome lo hanno trovato: “ricontadinizzazione”. Non è il ritorno ad una civiltà contadina , ma un futuro in cui l’agricoltura e, anche loro, i contadini, avranno un ruolo decisivo. Al Festivaletteratura La questione attraversa numerosi incontri , si diffonde su scenari più ampi - quello di una diversa prospettiva economica - e trova diverse voci a darle corpo. Quella più sonante è di Ermanno Olmi. Quella più articolata è del sociologo rurale olandese , Jan Douwe van der Ploeg, studioso che gode grande credito internazionale , professore per metà nel suo paese , l’altra metà in Cina , fra i massimi teorici di una ricetta anticrisi che rovescia il tavolo della economia finanziaria : l’agricoltura non è il passato, dice , i contadini non sono in estinzione. Si è respirato profumo di terra umida e di sottobosco, a Mantova, con la pecora di Pasqua, un dolce siciliano fatto di pasta di mandorla, raccontato da Simonetta Agnello Hornby, con i giardini di Stena Paternò, Pia Meda e Rosario Sapienza. O con i giardini e orti di Pia Pera. Danielle Nierenberg, che per il Worldwatch Institute cura il progetto “Nutrire il pianeta”, ha spiegato i modelli di agricoltura alternativa a quelli con fertilizzanti chimici e pesticidi. Seguita da Andre Segrè, economista agrario , che ha contato una quantità di cibo sprecato pari a quella che servirebbe per dar da mangiare a metà della popolazione umana, tre volte gli affamati del mondo. La civiltà contadina, dice Olmi, è la più stabile mai esistita. Il regista rivendica la sua corda intimista quando ricorda una pietanza che tutto conteneva , la bruschetta con l’aglio strofinato, un filo d’olio e, se c’erano , due pomodori. O quando rievoca i campi della Bovisa , a Milano, che la città stava per invadere, ma dove ancora gli operai si fermavano a raccogliere cicoria per una minestra e dove il padre di Gianni Rivera – lo ha raccontato il calciatore, citato da Olmi – staccava anche un fiore per la moglie. Le suggestioni calano negli stampi scientifici di Van der Ploeg. Docente a Wageningen e a Pechino, autore de “I nuovi contadini. Le campagne e le risposte alla globalizzazione” (Donzelli), il sociologo ribalta stereotipi. Non è vero, dice, che in Cina la terra venga abbandonata senza rimedio. In molte zone si è messa la comune , ma non si è fuggiti in città, si è recuperata la piccola azienda contadina. E fra città e campagna si è instaurato un rapporto ciclico , dall’una si passa all’altra trasferendo competenze. E in Italia? Van der Ploeg conosce bene la nostra agricoltura. L’ha studiata per trent’anni, da Raggio Emilia e Parma è sceso in Toscana , Umbria e Lazio e poi in Puglia, Basilicata e Calabria. Nel parmense ha identificato una biforcazione : da una parte la produzione, con punte di eccellenza, aziende che diversificano le coltivazioni, si rivolgono a più mercati, , sono poco sposte con le banche , non si affidano mani e piedi alla tecnologia, ma molto di più al fattore umano; dall’altra la Parmalat di Callisto Tanzi, l’agricoltura in mano alla finanza e alle sue tragiche diavolerie. L’agricoltura non è un’economia come le altre, insiste Van der Ploeg. Non vige la forza del comando , quanto quella dell’autonomia. Il mondo contadino, aggiunge l’antropologo Marco Aime, che dialoga con lui, è soggetto a una “colonizzazione dell’immaginario”. La cultura neoliberista lo ha dato per spacciato: o si fa industria, o peggio finanza, o non è più nulla. E quando diventa industria prevalgono la monocultura , le enormi estensioni tutto grano o tutto mais , che soppiantano la varietà di filari e di uliveti secolari. A cui si aggiungono gli ogm, “che servono a estendere il controllo e servono a rendere del tutto dipendente l’agricoltura dall’agroindustria”. Van der Ploeg ammira “la dedizione e l’artigianalità dei contadini italiani”. E, laddove resistono, facendo manutenzione del paesaggio e producendo qualità, essi sono un punto di forza anticongiunturale. E come la mettiamo con i terreni agricoli che diventano edificabili? “Ci vuole una pianificazione che ponga limiti al consumo del suolo. In Olanda e nel Nord Europa funziona”. Aveva detto Olmi in mattinata: “ Al colmo del pessimismo c’è solo l’ottimismo.”