Recensione
Massimo Teodori, Il Sole 24 ore, 22/07/2012

Salvemini e la libertà da condividere

Quando il giovane storico Gabriele De Rosa si recò al capezzale di Gaetano Salvemini per comunicargli che don Luigi Sturzo “pregava per la sua salute”, il grande laico sussurrò con un fil di voce: “Voglio bene a Sturzo, anche se accordo non c’è sempre stato fra noi. Le sue pregheire? Se qualcuno le ascolta , non mi potranno che giovare…..Se nessuno le ascolta , saranno acqua fresca. Nell’un caso come nell’altro non mi faranno male”. In queste parole c’è tutto lo spirito dell’intellettuale, storico e politico, che tenne sempre salde le bussole della lezione dei fatti e dell’avversione alle dottrine astratte. Anche il suo socialismo non fu solo un’adesione teorica giovanile, come erroneamente è stato osservato, ma costituì la fonte permanente di una ispirazione illuminata dagli ideali del riformismo del tempo. Nell’ambito della Seconda internazionale il suo socialismo democratico poggiava su due convinzioni: la storia degli uomini è governata dalla legge della continuità, e il socialismo non deriva da una rivoluzione che tronca con il mondo precedente, ma discende da un lento accumulo di riforme ai fianchi del capitalismo. C’è continuità nel percorso politico ideale di Salvemini dall’inizio del Novecento fino alla scomparsa nel 1957, un percorso che si arricchisce nell’esilio americano di quel pragmatismo che gli era così congeniale. Dopo l’adesione giovanile al Partito socialista, da cui uscì nel 1911, Salvemini continuò a professare gli ideali della solidarietà con i settori popolari dei diseredati, in particolare con quelli meridionali di cui patrocinò l’emancipazione a dispetto della piccola borghesia “di un’ignoranza crassa e mostruosa” e degli interessi delle avanguardie operaie tutelate sai socialisti ufficiali. Deputato dal 1919 al 1921, la sua vita, lunga e operosa, si svolse tra la ricerca storica e la milizia politica, che continuò a praticare anche dopo il rientro nel 1947 in Italia dove esercitò il magistero sull’area antitotalitaria - democratica, socialista e radicale – avversa al fascismo, al comunismo e al clericalesimo. A ragione Gaetano Pecora nel brillante saggio “Socialismo come libertà”, ora in uscita, a ritenere ingannevoli le interpretazioni della storiografia marxista che sottolineano il presunto abbandono da parte di Salvemini del primitivo socialismo: “Di fratture, o anche soltanto di screpolature con gli anni giovanili non c’è traccia , e sbaglia perciò chi vuol cogliere qui un senso di sbandamento , un ripiegamento amaro come di chi dica “signori, con questa democrazia abbiamo chiuso col socialismo”. Non è così”. Salvemini fu sì democratico , liberale e mazziniano, ma compenetrò di questi ideali quel socialismo di cui marxisti e rivoluzionari davano una declinazione autoritaria. Nel Secondo dopoguerra, dominanti in Italia il clericalismo contrapposto al comunismo staliniano-togliattiano, continuò a propugnare anche sul terreno politico-elettorale la terza via: “ Noi siamo una mezza dozzina di pazzi malinconici, ultimi eredi di una stirpe illustre che si va rapidamente estinguendo; massi erratici abbandonati nella pianura da un ghiacciaio che si è ritirato sulle alte montagne – scrisse sul “Mondo” nel febbraio 1953 in occasione delle elezioni politiche – E’ il ghiacciaio che si chiama “liberalismo”, “democrazia”, “socialismo”….Il liberale di allora rispettava la libertà altrui e rivendicava la propria….Era anticlericale….Era individualista. Motivo per cui ci denomineremmo volentieri “liberali”. Ci denomineremmo anche “democratici” dato che la libertà….intendiamo estenderla agli uomini e alle donne di tutte le classi sociali….Ci chiameremmo socialisti o socialdemocratici dato che ameremmo lavorare alla costruzione di un assetto sociale nel quale i diritti di libertà siano integrati da un minimo di benessere e di sicurezza per tutti….Ci denomineremmo anche repubblicani, ma ….i repubblicani hanno avuto in Italia , in non più che cinque anni, l’abilità di discreditarsi. Dichiariamoci dunque niente altro che pazzi malinconici, e chi vuol capire capisca, e chi non vuol capire passi via.” Con i piedi piantati nella realtà, Salvemini non si stancò mai di ricordare fino al miracolo economico come “l’Italia fosse un Paese fondamentalmente povero e che la povertà non era affatto un retaggio dell’Italia meridionale”, sicché occorreva perseguire l’obiettivo di “rendere tutti un po’ meno infelicemente pezzenti e un po’ tutti più possibilmente decenti”. Socialismo e democrazia furono per lui un’endiadi necessaria per il riscatto delle classi più umili: “Tra socialismo e democrazia corre qualcosa di più che un’area di intesa e una corrente di sintonia : sono termini coestensivi che coprono l’unica area dell’auto-emancipazione e vogliono dire la medesima cosa: il socialismo è la democrazia interamente dispiegata”. L’intellettuale pubblico approfondì per cinquant’anni senza fughe ideologiche in avanti , quel terreno che è stato il più fecondo per la civilizzazione dell’Occidente . In piena Guerra fredda, a fronte degli integralismi di destra e di sinistra, ritenne che occorresse innestare il socialismo sulla democrazia e sulla libertà anche economica “Un liberale si considera sempre un nemico inconciliabile dei comunisti , perché non accetta dei comunisti né la tattica totalitaria né l’ideale collettivista. Viceversa, il socialista democratico , mentre rifiuterà la tattica totalitaria dei comunisti, rifiuterà di considerarsi nemico inconciliabile dei comunisti nella speranza che questi abbandoneranno, o prima o poi, la tattica totalitaria”. Le medesime idee si ritrovano, in maniera sorprendente , nella riflessione che cinquant’anni più tardi un altro intellettuale socialista liberale di scuola anglosassone , Tony Judt, sviluppava nell’ultimo suo saggio ( edito da Laterza), Guasto è il mondo.