Recensione
Fabio Ciaramelli, Corriere del Mezzogiorno, 05/07/2012

Salvemini socialista mai pentito

Gaetano Salvemini ( Molfetta 1873-Sorrento 1957) fu precoce negli studi e nell’impegno politico. Giunse men che trentenne alla cattedra universitaria a Messina ( dove pochi anni dopo, nel disastro del terremoto, sarebbe sopravvissuto da solo alla sua numerosa famiglia ), ma già da qualche anno aveva espresso le linee di fondo del suo pensiero sulla questione meridionale come questione politica , alla cui ispirazione ideale e morale rimase sempre fedele per tutta la sua lunga e operosa esistenza. Il problema fondamentale del Mezzogiorno era ai suoi occhi, all’alba del Novecento, un problema di potere e di classi sociali. In altri termini, le miserevoli condizioni delle plebi contadine del Sud, dopo i primi decenni dell’unità nazionale , gli apparivano riconducibili, anziché a cause naturali e geografiche ( come riteneva Giustino Fortunato) o storiche ( secondo l’impostazione di Francesco Saverio Nitti) all’oppressione sociale provocata dall’alleanza tra la grande proprietà latifondista , in mano alla vecchia aristocrazia e alla nuova borghesia agraria, e il capitalismo settentrionale. Un sincero moto di ferma ripulsa nei confronti d’una simile struttura di classe , causa di oppressione socio-economica e di arretratezza storica, s’accompagnava quindi all’indignazione per le condizioni di vita del Mezzogiorno , da lui analizzate con acuto spirito critico e soprattutto senza fare sconti all’opportunismo d’una piccola borghesia , sempre all’esclusiva e spasmodica ricerca della promozione individuale attraverso il “posto” garantito dell’amministrazione pubblica. Nasceva quasi naturalmente da qui l’appassionata militanza politica e culturale del giovane Salvemini nel Partito Socialista. Quando poi nel 1911 ne uscì, lo fece in aperta polemica con i dirigenti di quel partito , per i quali la battaglia meridionalista era considerata marginale, dal momento che la questione sociale , da loro compresa essenzialmente come conflitto tra operai e capitalisti , aveva nel Nord del Paese il suo epicentro. L’abbandono del partito socialista da parte di Salvemini , condito da polemiche, colorite e fulminanti, secondo lo stile irruente e combattivo del personaggio, che non smentì mai questa sua ruvidezza, non significò tuttavia l’abbandono delle motivazioni ideali e morali che erano state alla base della sua militanza. Questa la tesi fondamentale dell’ultimo libro di Gaetano Pecora, intitolato “Socialismo come libertà” (sottotitolo: “La storia lunga di Gaetano Salvemini”), Donzelli. Prendendo coraggiosamente le distanze dall’opinione diffusa , sostenuta da autorevoli maestri ( per esempio da Bobbio, per il quale il socialismo non dottrinario di Salvemini , fuso e confuso con la questione meridionale, “ si stemperò negli anni fino a scomparire a poco a poco del tutto”) , Pecora mostra, carte alla mano, che Salvemini non abbandonò mai il riferimento al socialismo come ideale morale e come aspirazione alla giustizia sociale. La lotta per il suffragio universale, avversato dai socialisti che vi vedevano il rischio di una sconfitta elettorale a causa della prevedibile manipolabilità di masse d’analfabeti da parte di notabili e preti, le battaglie liberiste condotte dalle colonne dell’Unità, la “sua” rivista in cui tra il 1911 e il 1920 ebbe Luigi Einaudi come alleato e collaboratore, l’insistenza sulla radicalizzazione della democrazia, furono sempre per lui elementi di lotta politica subordinati al superamento del privilegio , finanziato e sostenuto dalla spesa pubblica a vantaggio di pochi e perciò sancito dalla maggioranza dei cittadini. Negli anni della sua militanza democratica e antifascista (culminati in un lungo esilio), e poi nella opposizione intransigente alle scelte confessionali dell’Italia democristiana, l’intellettuale pugliese restò sempre fermo nel suo convincimento “socialista” che la libertà umana sia raggiungibile solo attraverso l’emancipazione dal bisogno. Su questo piano la sua posizione ideale e morale resta chiara e salda, dal punto di vista dottrinario Pecora discute criticamente l’evidente persistenza di alcuni motivi ambigui e confusi nel suo tentativo di conciliare ispirazione liberal-democratica e istanza socialista, viste come tappe di un processo storico unitario. Ne emergono non risolte oscillazioni tra la difesa individualistica della piccola proprietà privata e l’orizzonte collettivistico della sua abolizione, o ancora tra la critica e l’esigenza delle leggi sociali. Pecora non le nasconde, anzi le sottolinea perché simili ambiguità , figlie del socialismo della Seconda internazionale, confermano le tesi di fondo del saggio, cioè la fedeltà di Salvemini agli ideali della giovinezza. Per lui, in fin dei conti, la politica era inseparabile dalle spirazioni della vita, dalla loro ricchezza e dalla loro stessa contraddittorietà: perciò, prima che elaborazione concettuale, essa si presentava come passione capace di calamitare impegno e volontà. La sosteneva una preliminare fiducia storica nel pregresso e nelle sue “tappe”: uno stato d’animo totalmente progressista, divenuto ormai desueto, che anzi oggi sembra del tutto dissolto.