Recensione
Enzo Di Mauro, Il Manifesto, 15/07/2012

Ciliege come pietre: resa dei conti coniugale con Hannah Arendt

Il titolo del libro – La battaglia delle ciliegie (Donzelli, pp. LXXV-80, € 16,00, a cura di Gerhard Oberschlick, traduzione di Sandra Bertolini) – va preso alla lettera. Esso, infatti, allude alle frequenti scorpacciate di quel frutto anche sotto forma di confettura preparata in casa dai due giovani sposi affamati e a corto di soldi che nel mentre, mai veramente sazi emani e bocche stillanti rosso succo, non smettono di filosofare insieme per dispute a dispetto, quasi sempre ritmate dal non detto, dall’omissione e insomma dalla presenza ingombrante dell’altro, dell’assente o anzi, a dirla tutta, del terzo incomodo, il quale, da lontano e insieme da così vicino, procede a separare più di quanto l’inequivocabile mancanza di passione tra i due non dica e, al contempo, fin troppo afferma e dirime come ai fantasmi capita perdippiù se formidabili maestri, incipit formativi, emblemi e persino complici di un’epoca feroce che era a un passo dal fare il proprio ingresso sulla scena europea e mondiale. Günther Anders diede forma definitiva a questo breve testo intorno alla metà degli anni ottanta, a dieci anni della morte (avvenuta nel 1975) della prima moglie Hannah Arendt. Rimasero coniugati dal 1929 al 1937 – e, nel caso specifico, si deve di necessità aggiungere ufficialmente. A distanza di oltre mezzo secolo, di quell’incomprensibile evento, questa memoria in forma di dialoghetto filosofico ricostruita alla fine di tutto offre viva testimonianza sebbene ancora sbigottita, persino incredula. D’altra parte, in esergo Anders ne riconosce l’assurdità ovvero il fallimento. Egli ricorda di aver conquistato Hannah, durante un ballo in maschera a Berlino, mediante una brillante osservazione che somigliava a una speranza, a un auspicio, a una scommessa, vale a dire «che l’amore è quell’atto attraverso il quale l’a posteriori, l’altro incontrato casualmente, viene trasformato in un a priori della propria vita». E, a seguire, non può che rilevare il fallimento della formula. L’a priori era e rimase Heidegger, di cui la giovane donna era stata amante e allieva a Marburgo. Lei confesserà di essersi sposata tanto per sposarsi e proprio mentre sta per convolare a nozze con Anders (che allora si firmava col cognome di famiglia, Stern) scrive al grande filosofo una lettera che vale una promessa d’eterna fedeltà («non dimenticarmi, e non dimenticare quanto sia forte e profonda in me la consapevolezza che il nostro amore è diventato la benedizione della mia vita. Questa consapevolezza non deve vacillare, neppure oggi» e così via). Nel lungo ed esaustivo saggio che precede La battaglia delle ciliegie, Dries ricostruisce con dovizia di particolari, attraverso brani di lettere, stralci di diario, testimonianze di amici e colleghi (fondamentale quella di Hans Jonas, amico di entrambi per tutta la vita), lo svolgimento di quello che possiamo definire, nel mentre si compie, un fragoroso atto mancato. Il prefatore li segue anche dopo la separazione e il divorzio. In Francia e negli Stati Uniti. Constata le fortune culturali e mondane di lei e l’incapacità di Anders di adattarsi all’esilio. Mette in evidenza i rispettivi sviluppi teorici e, con maggior fatica, le reciproche intersecazioni. Ne misura, soprattutto, la distanza. Anders sarà sempre molto generoso con l’ex moglie. Ad esempio, l’aiuta, con soldi e documenti, a espatriare in America. Lei preferibilmente lo ignora, se ne sta alla larga e, quando può, evita di incontrarlo. Pure, nel ’61, finiscono per rivedersi a Monaco (intanto Anders, tornato in Europa, si era stabilito a Vienna). L’impressione di Hannah, riferita in una lettera al suo secondo marito Heinrich Blücher, è spietata, crudele: «È stato abbastanza orribile. È molto cambiato, non tanto perché è più vecchio, sebbene sia diventato canuto, ma piuttosto perché è indefinibile, deperito, con le mani completamente deformi, moltO magro, molto nervoso. Non pensa ad altro che alla sua fama, del tutto incurante, leggermente stravagante, soprattutto proprio come sua madre, in quanto vive decisamente al di fuori della realtà, descrive ogni cosa utilizzando dei clichè, indisturbato in un castello costruito in aria in cui nulla corrisponde in effetti a qualcosa di reale». E a Mary McCarthy: «Lui è completamente disintegrato». A lui, al contrario, l’incontro sembrò «molto bello» e sperò che si potesse ripetere. La battaglia delle ciliegie, tuttavia, appare come una resa dei conti. Ogni parola riemersa dal passato vibra a giavellotto nel chiuso della stanzetta o di un balcone della casa di Drewitz, nei pressi di Potsdam, mentre una ciliegia tira l’altra. E ricorda, citando Leibnitz, che le monadi sono prive di finestre.