Recensione
Corrado Ocone, Left, 14/07/2012

L'Umanesimo di Salvemini

Norberto Bobbio, nel suo Profilo ideologico del ’900 italiano, ha accomunato il pensiero di Gaetano Salvemini a quello di Luigi Einaudi. Entrambi sono stati infatti alfieri, secondo Bobbio, del «metodo positivo»: di un tipo di approccio ai problemi del mondo politico e sociale sempre molto aderente alla «lezione dei fatti », refrattario a idee e dottrine astratte e non verificate. Ed in effetti fra i due, che erano quasi coetanei (Salvemini era nato nel 1873 ed Einaudi nel 1874), molti furono i punti di contatto anche ideale: basti pensare alla lotta di entrambi contro il prefetto e a favore delle autonomie locali e del federalismo; o anche a una certa idea di liberismo come etica del sacrificio e della conquista e non come astratto modello economico, del tutto compatibile quindi con gli ideali del socialismo. Ideali da cui in verità Salvemini non si è mai discostato, né dopo la sua uscita nel 1911 dal Partito socialista né in età più tarda, come ci mostra Gaetano Pecora in un appassionato volume, Socialismo come libertà, appena edito da Donzelli che ripercorre proprio l’evoluzione dell’idea di socialismo nello storico di Molfetta. A Salvemini va senza dubbio dato atto di non avere mai disgiunto il socialismo dal metodo democratico, nemmeno nei periodi in cui più forte era l’influenza comunista sul mondo della cultura italiana: un socialismo che non tenesse conto o subordinasse ad altri valori la libertà politica e civile degli individui concreti non era per lui nemmeno immaginabile. Egli fu perciò uno dei pochi intellettuali che tennero sempre ferma la bussola, cioè che mai furono minimamente ammaliati dalle sirene degli opposti totalitarismi. In epoca fascista scelse la via dell’esilio: prima in Francia e Gran Bretagna e poi per un lungo periodo (1934-1949) negli Stati Uniti, ove insegnò alla Harvard university la storia d’Italia. Dello stesso marxismo, come pure argomenta con dovizia di particolari (e citazioni) Pecora, Salvemini ritenne molto, ma rigettò sempre con vigore l’idea di imporre con la forza uno stato di cose giudicato in maniera astratta ideale. Simpatetico Salvemini fu, ad esempio, con l’idea marxiana della lotta di classe: solo attraverso la lotta sarebbe stato possibile per la classe operaia conquistare diritti e nuove posizioni sociali, che non era dato aspettarsi da concessioni o da considerazioni morali delle classi dirigenti. In questo senso, quello di Salvemini è un socialismo non affatto paragonabile a altri socialismi liberali a base morale: conservò sempre una base di realismo e pragmatismo, che pure si univa a una personalità eticamente intransigente e indignata nei confronti dei molti corrotti costumi italici. Più in generale, Salvemini accettò di Marx il presupposto di “filosofia della storia”, diciamo così: cioè l’idea che la fase storica del socialismo, diciamo pure della socializzazione della produzione e dell’affermazione della giustizia sociale (le sorti dei deboli gli stettero sempre particolarmente a cuore), pur in sé desiderabile e verso cui a suo avviso si muoveva in modo indubitabile la storia, non avrebbe avuto senso, o comunque sarebbe stata fallace, se non preceduta da un’età di dispiegamento totale delle potenzialità del capitalismo. Come Marx, egli riteneva che al capitalismo toccasse creare la “base materiale” di una società socialista (come dice Pecora per lui non poteva esserci l’uguaglianza nella miseria). Il suo fu in questo senso un riformismo gradualistico consapevole: l’accorta consapevolezza dell’impossibilità (e pericolosità) di forzare la storia, di accelerare le tappe del suo sviluppo. Sono diversi gli altri punti del pensiero di Salvemini che andrebbero rimeditati: dalla sua battaglia per il riscatto del Sud Italia e contro certa borghesia parassitaria e servile presente ancora oggi nelle città meridionali ad un’idea della storiografia fondata su una metodologia molto simile a quella popperiana della falsificabilità (una teoria storica procede per “tentativi ed errori” ed è vera fino a quando non è falsificata da una migliore). A tutte queste idee condivisibili, Salvemini però arrivava più per una sorta di buon senso pratico e di innato intuito morale che non perché suffragato da una impostazione culturale adeguata. In verità, al contrario di Einaudi, per ritornare al discorso iniziale, Salvemini era “cieco nato” per le dottrine politiche e per la filosofia. Di qui soprattutto l’incomprensione con Croce, le cui tesi definiva, compiacendosene, «filofesserie» (al contrario di Einaudi, Salvemini si è sempre sottratto a un confronto serio con il filosofo napoletano). E al cui attacco mosse, non senza cattivo gusto, soprattutto a morte avvenuta (aspri furono i suoi articoli anticrociani comparsi fra il 1952 e il 1955, l’anno della sua scomparsa, sulla rivista Il Ponte). La sua idea era che il mondo moderno fosse percorso da due visioni del mondo antitetiche e inconciliabili: la prima, quella illuministica, coincidente con il vero e il bene; e l’altra, quella idealistica o tedesca, con la falsità, la menzogna e la cattiva fede. Oltre a dare dell’illuminismo un’immagine riduttiva e semplicistica, Salvemini non ne vedeva perciò né i limiti teorici né quelli morali (a ben vedere il giacobinismo violento è l’altra faccia di quella tradizione razionalistica e astratta). A mio avviso, pertanto, Salvemini è sicuramente attuale come esempio morale e come polemista schietto e intransigente. Non lo è affatto, invece, per l’asfittico sapere che fa da sfondo alle sue prese di posizione etico-politiche. Da questo punto di vista credo che la sua opera possa dire oggi poco a una sinistra che deve ricostruire su basi solide una sua filosofia.