Recensione
Massimo Amato Luca Fantacci, L'Unità, 08/07/2012

Un'altra finanza è possibile

LA RENDITA HA COMPRESSO SALARI E PROFITTI. L’IRRIGIDIMENTO DEL CAPITALE IN CAPITALE FINANZIARIO, ALLA RICERCA DELLA CERTEZZA DEI PROPRI RENDIMENTI, ha richiesto la flessibilizzazione del lavoro. Da qui il carattere odioso della nuova ricchezza, giacché si tratta di una ricchezza immeritata. Da qui anche la disuguaglianza crescente nella distribuzione del reddito. E la crescita ipertrofica dell’indebitamento per compensare la mancanza di reddito. E così via, in un circolo vizioso. La finanza ha usurpato lo spazio della politica perché il mercato ha occupato lo spazio della finanza. Il liberalismo aveva tradizionalmente difeso il mercato dalla politica, la tradizione democratica ha difeso la politica dal mercato. Nessuno, in questi anni, si è preoccupato di difendere la finanza dal mercato, e l’economia di mercato dal capitalismo. Invece vale la pena dirlo: la finanza, propriamente intesa, è sociale. Essa ha a che fare con la relazione fra debitore e creditore. Per questo motivo, mettere in discussione i mercati finanziari non significa affatto autorizzare la criminalizzazione incondizionata delle banche e delle borse. Per quanto psicologicamente comprensibile in momenti di grande sofferenza sociale, questo modo di procedere non va alla ricerca delle cause, e nemmeno di tutte le colpe. Si accontenta di capri espiatori. A costo di apparire impopolari, dobbiamo dirlo nella maniera più semplice: il colpevole non è «qualcun altro », giacché i mercati finanziari siamo tutti noi, nella misura in cui condividiamo, socialmente e individualmente, i presupposti antisociali del loro funzionamento. In questo odioso regime dei creditori siamo tutti implicati. Innanzitutto, perché siamo tutti creditori: basta avere un conto in banca per contribuire a creare quella pressione sul debitore che può diventare intollerabile. Ma soprattutto, e più profondamente, perché anche chi non investe in borsa, talvolta perfino chi protesta contro lo strapotere di Wall Street, difficilmente mette in discussione ciò su cui i mercati finanziari si fondano: il dogma della liquidità. (…) Dire no ai mercati finanziari non significa rinunciare alla finanza. Al contrario. Dire no in maniera costruttiva potrebbe voler dire avere finalmente una finanza all’altezza del suo compito. Sui mercati finanziari, il debito è un titolo negoziabile; nell’altra finanza, il debito è un’obbligazione da onorare. Sui mercati finanziari, il regolamento di tutti i conti è costantemente rinviato, salvo poi concretizzarsi inaspettatamente nella crisi; nell’altra finanza, debitore e creditore concorrono a rendere possibile, volta per volta, il regolamento di ciascun conto. I mercati finanziari sono fondati sulla liquidità; l’altra finanza è fondata sulla responsabilità. Sui mercati finanziari si compete per piazzare fondi o per ritirarli; nell’altra finanza si coopera per rendere possibile l’anticipazione e il pagamento. Nei mercati finanziari il rischio è sistemico e la crisi endemica; nell’altra finanza, può fallire un’impresa, ma non il sistema. Infine, dire no ai mercati finanziari non significa affatto rinunciare al mercato. Significa semplicemente rinunciare a fare mercato di ciò che merce non è, ossia della moneta e del credito. Significa avere finalmente per le vere merci un mercato in cui domanda e offerta s’incontrino davvero e senza distorsioni. Le oscillazioni violente dei prezzi delle materie prime che hanno accompagnato la crisi mostrano quanto i mercati delle merci possano essere alterati nel loro funzionamento dai mercati finanziari. Bisogna porre argini ai mercati finanziari se si vuole un mercato di libera concorrenza, opportunamente regolato e delimitato, capace di preservare la libertà su cui si fonda. Porre limiti al mercato è compito politico. Dove deve essere posto il limite? Fra ciò che è propriamente merce e ciò che non lo è. A cominciare dal credito. Il credito non è una merce ma una relazione. Se il mercato si estende al credito, non c’è più nessun argine, e le dighe prima o poi crollano. Osi comincia a sottrarre il credito al mercato, oppure la regolazione e ancor più la democratizzazione della globalizzazione rischiano di restare pure aspirazioni velleitarie. (...) Tuttavia, non bisogna pensare soltanto di limitare la finanza di mercato.Èpossibile e auspicabile anche inventare forme nuove. Pensare un’alternativa significa pensare una finanza alternativa. Passare da una finanza di mercato a una finanza per il mercato. La finanza deve assolvere due compiti essenziali: finanziare gli scambi e finanziare gli investimenti. Nessuno dei due compiti richiede il mercato del credito o il prestito a interesse. Il finanziamento degli scambi può avvenire attraverso sistemi di compensazione (improntati non alla crescita indefinita delle operazioni finanziarie, ma all’equilibrio degli scambi). Il finanziamento degli investimenti e dell’innovazione può avvenire attraverso forme di compartecipazione alle perdite e ai profitti (all’interno dei quali la crescita non è obbligata,masemplicemente possibile). Entrambe queste forme finanziarie consentono di tenere la finanza strettamente legata all’attività economica reale. Entrambe sono forme di finanza cooperativa. Delimitare e riformare la finanza sono compiti politici urgenti. La posta in gioco non è solo la salute del sistema economico, ma la ricostituzione e la preservazione di spazi politici e di democrazia.