Recensione
Stefano Calabrese, L'Indice, 02/05/2012

Dalle lucciole a Disney

La letteratura per l’infanzia è sempre stata qualcosa di ibrido, impuro e contaminato, a partire da Orbis pictus di Comenio , edito alla metà del XVII secolo per avvicinare i bambini alla conoscenza del mondo attraverso testi telegrafici, quasi nomenclatori, e un carnevale di ben centocinquanta immagini che rappresentavano professioni, individui, tratti caratteriali o ambiti astratti come la religione. Il tentativo di veicolare la funzione didattico-pedagogica attraverso strumenti visivi, cui guarderà anche l’Encyclopédie di d’Alembert e Diderot, ci è oggi ben noto grazie agli studi di Maria Nikolajeva e Perry Nodelman, tra gli altri, anche perché l’editoria ha trovato nel connubio immagine/parola una porta d’accesso al mercato del futuro. Sappiamo tutto, e sin troppo. Ad esempio, che il panorama editoriale per l’infanzia si è specializzato in classi di prodotti verbo-visivi: per i più piccoli disponiamo dei così detti boardbooks, libri-oggetto robustamente cartonati con testi brevi, costituiti da microsceneggiature più che non da storie vere e proprie, in grado di attivare interazioni tattili e visive grazie alle pagine dotate di aperture o finestre e a immagini polimateriche. A un livello anagraficamente superiore stanno i picturebooks, albi illustrati contenenti narrazioni brevi ( in genere si tratta di due sedicesimi) che danno un ruolo di marcato rilievo alle immagini monoautoriali o pluriautoriali ( quando l’estensore della storia è diverso dall’illustratore); testi iconico-verbali rivolti a potenziare l’esperienza di lettura dei bambini i picturebooks non sono solo libri in versione facilitata , ma complesse architetture di segni in cui è impossibile dividere le immagini dalle parole, esattamente come da qualche anno dimostrano i graphic novels, eredi metropolitani dei vecchi, tamarri fumetti. Nei picturebooks di ultima generazione la relazione tra parole e immagini può essere infatti del tutto simmetrica ma anche contraddittoria , e difatti entrambi i codici espressivi hanno un ruolo essenziale, mentre nei “libri illustrati” di una volta ( pensiamo alle fiabe di Andersen o ai volumi della “Scala d’oro”) solo le parole erano gli amministratori delegati del testo, mentre le immagini si riducevano a un ruolo ancillare. Oggi è dunque tutto chiaro, ma quarant’anni fa? Guardare le figure di Antonio Faeti, ora riedito da Donzelli, è stato pensato dall’autore nel 1968 e pubblicato nel 1972 da Einaudi, non senza prestigioso beneplacito di Italo Calvino e i giudizi meritori di Attilio Bertolucci, Claudio Magris e Gianni Rodari, che proprio allora teneva il suo corso di “Fantastica” a Reggio Emilia. Erano anche gli anni in cui Bruno Munari iniziava a progettare i prelibri, testi da guardare, privi di parole, rivolti a bambini in età prescolare per sollecitare “stimoli visivi, tattili....