Recensione
Massimiliano Panarari, Europa, 16/06/2012

Se l'economia non è più triste

Un cambio di paradigma. Lo si invoca da molto tempo, e lo giustifica la catastrofe economica in cui siamo stati gettati da bolle speculative (come quella dei subprime) e crisi finanziarie. E, così, al che fare di leniniana memoria possiamo sostituire un «come se ne esce?». Le ricette possono essere fondamentalmente ricondotte a tre filoni. C’è chi, neiboard e nei sancta sanctorum delle merchant bank e di certe istituzioni internazionali, vuole ridurre al minimo le regolazioni di quel big casinò che è diventata la finanza. C’è il “partito (trasversale) della crescita”, che comprende, tra gli altri, vasti settori del Pd e gli “sviluppisti” di Italia Futura, oltre a vari economisti, e che ritiene (giustamente) indispensabile far ripartire lo sviluppo di questo paese (è notizia di questi giorni la nostra serissima retrocessione dal quinto all’ottavo posto delle nazioni manifatturiere, cosa che fa presagire un futuro ancora più fosco...). E poi c’è chi vorrebbe la rifondazione della “scienza triste”, all’insegna di un ventaglio di opzioni che vanno da talune versioni riverniciate in salsa più o meno postmoderna dell’anticapitalismo alla decrescita (più o meno serena e felice, ma di certo non facilmente attuabile...), sino a proposte che vogliono liberarci da una certa “dittatura del Pil”, spingendoci verso un’economia della felicità. Idee, queste ultime, che lanciano interrogazioni e sfide da prendere seriamente in considerazione lungo il cammino irrinunciabile di quella che Edmondo Berselli, nel suo ultimo libro, aveva chiamato l’economia (più) giusta. Vale, quindi, la pena di passare in rassegna alcuni libri pubblicati recentemente che si indirizzano verso la ricerca di paradigmi alternativi al neoliberalismo, alcuni con accenti e prospettive più radicali, e altri invocanti piuttosto una robusta riforma del mercato attuale. Mario Pianta, professore di Politica economica all’università di Urbino, e tra i fondatori della campagna “Sbilanciamoci”, si produce in un’articolata disamina di quanto guasto è il mondo (per dirla alla Tony Judt) neoliberista, nel quale l’adesione al pensiero unico ha desertificato, con l’adesione della grande maggioranza delle élite al verbo del fondamentalismo e della libertà integrale dei mercati, qualsiasi strada di natura differente. Nove su dieci (Laterza, pp. 176, euro 12) evidenzia l’impressionante processo di divaricazione sociale e di “redistribuzione” del reddito a beneficio dei detentori del capitale (innanzitutto finanziario) e a sfavore del lavoro, che ci ha portati, giustappunto, a una incommensurabile concentrazione di ricchezza nelle mani e nei portafogli del 10 per cento dell’umanità. Mentre la quasi totalità della popolazione (fenomeno osservabile in maniera alquanto marcata nelle nazioni occidentali) sprofondava nel declino; situazione che, per talune arretratezze e problematiche croniche del nostro sistema economico (e per una sua certa riluttanza, diciamo così, a investire in programmi di innovazione e di ricerca e sviluppo), è diventata per molti versi devastante in Italia. L’economia pagina del “grande libro della natura”, e dunque la conversione nella direzione di un’“ecologia economica”, rappresenta invece la tesi, senza mezzi termini né perifrasi, di Economia a colori (Einaudi, pp. 124, euro 10), l’ultimo libro di Andrea Segrè, il preside della facoltà di Agraria dell’università di Bologna, divenuto figura di riferimento di tutto un mondo ecologista rinnovato e critico nei confronti dei guasti della civiltà dei consumi – come ha mostrato anche il successo di una sua iniziativa ormai conosciutissima, il Last minute market, che recupera prodotti alimentari altrimenti condannati alla distruzione da una logica meramente economicistica. Il Primo mondo (come si sarebbe detto un tempo), nell’analisi di Segrè, è una waste land di frustrated achievers, dove il denaro (quando c’è, si dovrebbe aggiungere, visti i tempi assai grami e complicati...) non dispensa la felicità, e l’effetto del reddito sul grado di soddisfazione individuale si è fatto via via meno significativo. Di qui, l’esigenza, a suo avviso, di una svolta verde e sobria, all’insegna di un radicalismo quasi lirico, come traspare dalla colorazione che prescrive per le attività economiche, e dalla perorazione a favore di un’economia reale-rurale e di quella che chiama un’“economia iridescente”. Nicola Costantino (rettore del Politecnico di Bari) e Marco Costantino (economista che lavora nello staff di Bollenti spiriti alla regione Puglia) si pongono l’interrogativo E se lavorassimo troppo? (Donzelli, pp. 127, euro 15), analizzando le trasformazioni, all’interno dei modelli di capitalismo, del più rilevante tra i “fattori di produzione”, ovvero l’uomo, il capitale umano. Dal celeberrimo apologo sullo stomaco (alias il Senato romano) di Menenio Agrippa – divenuto la quintessenza di un certo tipo di argomentazione conservatrice – alla dottrina reaganiana dello sgocciolamento (il quasi altrettanto famoso effetto trickle down), passando per la fabbrica di spilli di Adam Smith, i due autori evidenziano come il cambiamento tecnologico produca aumenti nell’offerta e nella disoccupazione, anziché il keynesiano tempo libero, ed emancipato dal lavoro, da consacrare alla fioritura della personalità. La sovrapproduzione, per continuare la sua cavalcata espansiva, ricorre così all’indebitamento e alla finanziarizzazione quali strumenti di sostegno alla domanda, che allontanano l’obiettivo di un’economia maggiormente sostenibile. La soluzione, secondo i due studiosi, consiste, come accade fondamentalmente anche negli altri libri, in quello che potremmo considerare un “riorientamento umanistico” dell’economia, dove trovano spazio, innanzitutto, la finanza etica e il commercio equo e solidale. E dove i pilastri del sistema produttivo che ha guidato la storia e le sorti dell’Occidente, ovvero il lavoratore e il consumatore (che potrebbe tenere nel debito conto i suggerimenti di un altro libro, il divertente, ma anche utile, Corso di sopravvivenza per consumisti in crisi di Lia Celi, edito da Laterza) vengono sostituiti dalla “persona” e da un allargamento marcato delle esperienze dell’economia sociale. Utopie? Sì, se intese nei termini di un’orgogliosa (e affatto liberale) contrapposizione senza se e senza ma al capitalismo (certo da regolamentare e riformare significativamente nella sua versione smaterializzata e finanziarizzata). Altrimenti, opportuni correttivi nella direzione di un’economia di mercato più equa ma anche efficiente, che sappia limitare l’ingordigia di vari suoi attori protagonisti, ponendosi, di nuovo, il tema fondamentale (per la sua stessa sopravvivenza) di una maggiore redistribuzione.