Recensione
Alessandro Barbero, La Stampa, 23/05/2012

Così Napoleone previde Caporetto

Per convincersene basta leggere il racconto emozionante da lui imbastito, a Sant’Elena, sulla notte che precedette la battaglia di Waterloo. Subito dopo cena, afferma, s’era coricato nel letto da campo allestito dai domestici, in una stanza della fattoria di Le Caillou, col fuoco acceso nel camino; ma prima dell’una era già di nuovo sveglio. Il timore che il nemico potesse rimettersi in marcia e sgusciar via nella notte gli impediva di riaddormentarsi; perciò uscì, raggiunse a piedi la linea dei bivacchi e la percorse tutta, scrutando l’orizzonte.

Negli intervalli fra un acquazzone e l’altro, i soldati di entrambi gli eserciti erano riusciti ad accendere il fuoco, e il chiarore di quelle migliaia di falò disegnava nitidamente le loro posizioni nell’oscurità. Napoleone descrive così quel momento magico: «La foresta di Soignies sembrava in fiamme; l’intero orizzonte era illuminato dai fuochi dei bivacchi; regnava il più profondo silenzio». Spingendosi a ridosso della linea nemica, verso le due e mezzo di notte, l’imperatore sentì il rumore di truppe in marcia e si allarmò; ma quasi subito quel rumore si spense, mentre la pioggia riprendeva più fitta che mai.

Questo, dicevamo, è quanto racconta Napoleone. Sennonché, di questa emozionante ricognizione notturna non c’è nessuna traccia nelle testimonianze dei suoi domestici: i quali affermano concordemente che l’imperatore si guardò bene dall’uscire sotto la pioggia, e se ne restò in casa fino al mattino. Il suo valletto, Marchand, lo vide aggirarsi svestito nella stanza, tagliandosi distrattamente le unghie con un paio di forbicine, e guardando dalla finestra il diluvio che continuava a flagellare la campagna. Intorno alle tre di notte, Napoleone decise davvero che una ricognizione era necessaria; ma ci mandò uno dei suoi ufficiali d’ordinanza, ed era di nuovo sotto le coperte quando costui tornò a riferire che a causa della pioggia il terreno era impraticabile.

Ha ragione Ernesto Ferrero, che più di chiunque altro nell’Italia di oggi, con il romanzo N. (Einaudi, vincitore nel 2000 del premio Strega) ha convissuto con l’imperatore e meditato sul suo insegnamento: Napoleone era un grandissimo manipolatore della parola. È opportuno tenerne conto prendendo in mano le sue Memorie , che si stanno ripubblicando in Francia dopo un lungo oblio, e di cui Donzelli traduce ora il primo volume ( Memorie della campagna d’Italia , pp. 344, € 32).

L’editore francese, Thierry Lentz, si stupisce che gli storici abbiano sempre considerato quest’opera con scarso interesse. Ma come dar loro torto? Non siamo, sia chiaro, sul piano dei fittizi Diari di Mussolini, perché l’autore di queste pagine è davvero Napoleone. Ma il titolo da lui stesso voluto e sempre accettato, Memorie , è del tutto inadatto per l’insieme magmatico di scritti che l’imperatore dettò a Sant’Elena: quello che Napoleone stava costruendo allora era la propria leggenda, e che le sue affermazioni avessero un rapporto più o meno stretto con i fatti era l’ultima delle sue preoccupazioni. Come lui stesso disse a Las Cases, «bisogna convenire, mio caro, che le verità vere, nella storia, difficilmente si conoscono. Ci sono tante verità!».

C’è quasi da rimpiangere i tempi in cui la storia la scrivevano i vincitori: lo sconfitto di Sant’Elena è così bravo a presentare la sua verità che prende per il naso il lettore e lo porta dove vuole, e come se non bastasse si permette di bacchettare gli storici di professione, accusandoli di inventare. Ma bisognava essere molto spudorati e molto spavaldi per arrivare da Ajaccio fin dove arrivò Napoleone, e dunque è inutile recriminare.

Bisogna, invece, godersi questo testo straordinario, che non è, come ormai si sarà capito, una storia attendibile della Campagna d’Italia, e neanche «un eccellente libro di storia», come scrive, con una certa forzatura, il pur valoroso Lentz. È la testimonianza di un cervello infaticabile, che scelse di dedicarsi alla guerra e dimostra di conoscerne ogni aspetto, passato, presente e persino futuro (si vedano, qui, le pagine in cui accenna all’importanza di Caporetto per entrare in Italia sfondando la linea dell’Isonzo, e del Montello per difendere la linea del Piave!). È una meravigliosa descrizione dell’Italia del primo Ottocento, scritta da un uomo che la conosceva come le sue tasche e aveva la testa piena di dati e cifre. Ed è anche un po’, diciamolo, il canovaccio del romanzo che Napoleone avrebbe forse scritto se fosse rimasto un ufficialetto sconosciuto, e avesse deciso di cercare la gloria nella letteratura anziché nelle armi.