Recensione
Paolo Brogi, Corriere della Sera, 06/06/2012

Gli ebrei, Israele e la sinistra un rapporto tormentato

Ci sono alcune date che segnano in modo netto il rapporto, spesso molto tormentato, tra Israele – ma ancora prima tra l’essere ebrei – e la sinistra . Naturalmente, anche questo è oggetto di discussione , ma nel denso libro del ricercatore di storia Matteo Di Figlia , “Israele e la sinistra” (Donzelli editore), due date da tenere a memoria sono certamente il 1934 e il 1982. La prima riguarda l’arresto in epoca fascista di tre ebrei – Leone Ginzburg, Vittorio Foa e Mario Levi – che vengono additati da tutta la stampa del paese come “antifascisti”, rompendo una stagnazione nelle comunità ebraiche che aveva visto vari dirigenti ebrei assimilarsi al fascismo salvo poi essere destinati a scoprire la gelata delle leggi razziali del ’38. La seconda data riguarda invece l’invasione del Libano da parte dell’esercito israeliano, un fatto che produrrà – in modo più netto rispetto alla guerra dei sei giorni del ‘67 – una serie di appelli e proteste di ebrei italiani di sinistra che nella dura critica svolta anticipano di fatto un problema destinato a riproporsi , la distinzione tra Israele e i suoi governi. In mezzo c’è un lungo e complicato cammino che è tutt’altro che concluso e che annovera un complicato slalom che di continuo ha costretto i rappresentanti della sinistra italiana a rimettere Israele al centro del proprio discorso pubblico facendo di volta in volta i conti con pericolose ventate di antisemitismo di sinistra ( come le bare depositate nell’82 di fronte alla Sinagoga di Roma). L’occasione dell’uscita del libro registrerà a Roma un dibattito l’8 giugno alla Federazione stampa con Piero Fassino, Gad Lerner, Saul Meghnagi, Salvatore Lupo, coordinati da Simonetta Fiori, presente l’autore. Due i nodi che la ricerca mette in evidenza: una tradizione costellata da rotture e ripensamenti che hanno visto storicamente la sinistra essere filo-palestinese, a partire dal solco del Pci e anche da quello craxiano del Psi innervandosi poi nella sinistra extraparlamentare di un tempo. E la riproposizione di Israele come bene da difendere che ha compensato nel tempo queste dislocazioni. Con un risultato, alla fine , che è indagato dall’autore, il tendenziale spostamento a destra delle comunità ebraiche italiane. Filoni tutt’altro che univoci, come dimostra peraltro la lunga serie di leader e intellettuali che hanno tenuto la barra del timone su Israele. Come Pietro Nenni e Ugo La Malfa, l’ex di Giustizia e Libertà Aldo Garosci, Pier Paolo Pasolini, Giovanni Spadolini, Marco Pannella e in tempi più recenti – così cita l’autore – Piero Fassino e Rossana Rossanda. Ma il percorso è costellato di eccezioni: Leone Ginzburg, tanto per citare un ebreo di sinistra massacrato dai nazisti a Regina Coeli nel ’44 – metteva in guardia dal sionismo, come ricordava sua moglie Natalia Levi Ginzburg. Nessun percorso degli ebrei italiani più conosciuti è semplice e lineare. Lo testimoniano in tanti, gli Zevi, i Nirenstein, Jesurum, i Foa, i Fiorentino, i Levi. E come diceva nell’82 Edith Bruck:”Criticare la politica israeliana degli ultimi anni non è antisemitismo, lo critico anch’io, pur lacerandomi; dire che gli ebrei sono gli unici persecutori dei palestinesi è antisemitismo e anche malafede….Rimproverare ad ogni ebreo la colpa di un singolo ebreo è antisemitismo”. Resta la difficile convivenza con la sinistra. Nel 2006 Clara Sereni sull’Unità ha descritto la difficile affermazione di una specificità ebraica all’interno di una sinistra che le ha mostrato spesso un volto pregiudizialmente anti-israeliano, a volte antisionista e non di rado antisemita.